Home HBO MaxRecensione: ‘Euphoria 3’, Zendaya salva tutto ma la serie non riesce a salvare se stessa

Recensione: ‘Euphoria 3’, Zendaya salva tutto ma la serie non riesce a salvare se stessa

La terza stagione di Euphoria chiude con un finale che cerca di dire tutto e non dice niente, lasciando Zendaya a reggere da sola un edificio che crolla.

by Valeria Bernardo

RECENSIONE CON SPOILER!

Euphoria è tornata su HBO nel aprile 2026 con la sua terza e ultima stagione, e l’ha fatto portandosi appresso tutto il peso di un’attesa diventata mitologica. Quattro anni di ritardi, pandemia, incendi a Los Angeles, voci di tensioni sul set e una produzione travagliata: la serie di Sam Levinson aveva accumulato aspettative impossibili, e la domanda che aleggiava era una sola. Ne vale la pena? La risposta, purtroppo, è in gran parte no.

Una stagione adulta che perde il filo

La terza stagione riprende i personaggi cinque anni dopo la fine della seconda. Rue (Zendaya) è ormai una corriera di droga, in viaggio tra il Messico e gli Stati Uniti per conto della fredda e impassibile Laurie (Martha Kelly), cercando di saldare i propri debiti. La vita che la aspetta non è migliore di quella che si è lasciata alle spalle: finisce sotto l’ala di Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje), un proprietario di club con il cappello da cowboy e i modi di chi ha sempre l’ultima parola.

Nate (Jacob Elordi) gestisce l’azienda immobiliare del padre, con Cassie (Sydney Sweeney) al suo fianco, intrappolata in una versione pop e volgare del sogno americano che la porta, tra l’altro, a costruire un profilo di OnlyFans travestita da cucciolo. Maddy (Alexa Demie) e Lexi (Maude Apatow) compaiono ai margini, ridotte a note a piè di pagina in una storia che avrebbe dovuto appartenergli quanto agli altri.

Il problema non è che i personaggi siano cresciuti. Il problema è che Levinson, orfano dell’alibi dell’adolescenza, non sa più del tutto cosa raccontare. Le storie di sesso, dipendenza e sfruttamento che in una serie sui teenager potevano ancora sembrare una denuncia, applicate ai ventenni perdono buona parte della loro carica. Restano le immagini, spesso bellissime. Restano i neon. Resta il tappeto shag. Resta Sydney Sweeney a ondeggiare in slow motion. Ma la forza morale che dovrebbe sorreggere tutto questo si è dissolta.

Levinson, il western e il capitalismo americano

La stagione costruisce una sua mitologia visiva attorno al western: riferimenti a John Ford nelle inquadrature, un commento musicale che rimanda dichiaratamente a Ennio Morricone, e una critica al capitalismo americano che Levinson consegna con la stessa mano pesante con cui affida i dialoghi più espliciti. Il Manifest Destiny come metafora dell’America che vende droga, sesso e morte è un’idea potente, ma resta in superficie. Si intuisce l’ambizione, senza che venga mai davvero eseguita.

La critica alla cultura di OnlyFans, al lavoro sessuale, alle relazioni di potere nell’economia contemporanea è trattata in modo contraddittorio: voyeuristica e al tempo stesso moralista, curiosa e al tempo stesso giudicante. Il risultato è una serie che sembra al tempo stesso ossessionata dal sesso e incapace di avere un punto di vista coerente su di esso.

Tra i nuovi personaggi, Darrell Britt-Gibson lascia un segno; Sharon Stone e Kadeem Hardison si vedono, ma non incidono più di tanto. Chloe Cherry, promossa nel cast principale nella parte di Faye, è una delle sorprese più genuine della stagione: il suo fraseggio monotono e la sua presenza fisica strana e magnetica bucano lo schermo in ogni scena condivisa con Zendaya.

La morte di Angus Cloud, avvenuta nel 2023, e la scomparsa di Eric Dane gravano sulla stagione con una tristezza reale. Dane appare in un episodio della stagione in quello che risulta essere il suo ultimo ruolo televisivo, in una scena con Hunter Schafer che, tra le poche, tocca davvero qualcosa di vero.

Il finale che non sceglie

L’ottavo episodio, “In God We Trust”, porta la serie alla sua conclusione e si porta dietro tutti i problemi accumulati nelle puntate precedenti, amplificati. Rue muore. O quasi. Viene ritrovata in overdose da Percocet sul divano di Ali (Colman Domingo), dopo che Alamo le ha deliberatamente lasciato i farmaci a portata di mano. Prima di perdere conoscenza, ha una visione: rientra nella casa di sua madre Leslie (Nika King), la vede seduta al buio con la Bibbia in mano, e sul volto di Rue si accende un sorriso che è pura e straziante speranza. La scena è girata con la luce morbida e avvolgente del direttore della fotografia Marcell Rev, e Zendaya la abita con una precisione emotiva che lascia senza parole. Poi la visione si spezza, e la realtà è il divano, l’overdose, il sorriso ebete di chi è già altrove.

Fin qui, il finale funziona. È il compimento logico di tutto quello che Euphoria ha costruito intorno alla sua protagonista: il ciclo della dipendenza senza via d’uscita pulita, la morte come unica porta che non rimanda indietro. Ma il finale non si ferma qui.

Ali, dopo aver assistito alla morte di Rue, tiene un discorso alla sua ultima riunione di Narcotics Anonymous in cui dichiara che l’empatia per i tossicodipendenti non basta e che chi avvelena i bambini per denaro è semplicemente malvagio. Poi indossa la sua vecchia uniforme militare, sega una doppietta e si dirige al Silver Slipper, il club di Alamo. Quello che segue è una resa dei conti in stile western: Ali affronta Alamo, lo uccide, e poi va a trovare la famiglia Miller, i contadini con cui Rue aveva trascorso un momento di pace nel primo episodio. A tavola, Ali recita una preghiera in memoria di Rue. Sul posto vuoto in fondo alla tavola appare il fantasma di lei, sorridente.

La sequenza finale della vendetta armata e della redenzione spirituale non è solo narrativamente forzata: è incompatibile con il resto del finale. Da un lato, Levinson mostra la morte di Rue come una verità senza sconti, il risultato inevitabile di una vita prigioniera della dipendenza. Dall’altro, offre la soddisfazione di una vendetta cinematografica pulita e un commiato quasi soprannaturale. I due registri non comunicano tra loro. Il primo chiede al pubblico di guardare in faccia una realtà scomoda; il secondo chiede di lasciarsi consolare da una fantasia che il film stesso ha appena dimostrato impossibile.

Cassie finisce sola nella sua villa piena di oggetti costosi e priva di senso. Lexi e Jules compaiono per pochi minuti, con Jules ridotta a un personaggio secondario in quella che era stata, nelle prime due stagioni, una delle relazioni più significative della serie. La scena finale tra Lexi e Cassie, in cui la prima espone la sua interpretazione della Bibbia come giustificazione del nichilismo, è trattata con un disprezzo verso entrambi i personaggi che risulta gratuito.

Zendaya: l’unica ragione per guardare

In tutto questo, Zendaya rimane qualcosa di separato dalla serie che la contiene. La sua performance nella terza stagione è tra le più complete che si possano vedere in questo momento in televisione: riesce a far coesistere la fisicità inesorabile di una persona distrutta dalla dipendenza con lampi di levità e umorismo che rendono Rue umana oltre che simbolica. Ogni scena in cui appare ha un peso che il resto della stagione non riesce a eguagliare.

Il problema è che anche la migliore performance del mondo non può sostituire una scrittura che abbia qualcosa da dire. Euphoria ha raccontato il dolore della dipendenza con immagini potenti, ha costruito un’estetica riconoscibile e ha portato in televisione volti e storie che la televisione non aveva mai raccontato in quel modo. Ma la terza stagione, nella sua forma definitiva, non aggiunge nulla a quella conversazione. Si limita a confermare quello che già sapevamo: che la dipendenza uccide, che il sogno americano è corrotto, che i giovani soffrono. E poi, invece di fermarsi lì, decide di consolare il pubblico con una vendetta e un fantasma a tavola.

Euphoria finisce come è vissuta: in bilico tra lucidità e illusione, incapace di scegliere quale delle due voglia davvero essere.

Related Articles