Il finale di Backrooms non lascia indifferenti. Da quando il film di A24 diretto da Kane Parsons ha aperto nelle sale, la scena conclusiva è diventata il centro di un dibattito acceso tra chi ha visto il film e chi ha già deciso cosa pensarne prima ancora di uscire dalla sala. Non è una questione di qualità tecnica o di budget: è una questione di aspettative, e di quanto il cinema horror possa permettersi di essere ambiguo senza tradire il proprio pubblico.
Una storia di spirali interiori
Il film segue Clark, un architetto riconvertito in proprietario di un negozio di arredamento, interpretato da Chiwetel Ejiofor. Nella cantina del suo showroom compare un passaggio verso una dimensione alternativa: i Backrooms, uno spazio extradimensionale anonimo, interminabile, inquietante nella sua stasi. Clark ne viene progressivamente attratto, fino a scomparire al suo interno.
A cercarlo è Mary, la sua terapeuta interpretata da Renate Reinsve, che trova l’accesso e si addentra nello spazio. Quando localizza Clark, lo trova profondamente cambiato: lucido nei ragionamenti ma distaccato dalla realtà condivisa, convinto di voler restare lì per sempre. Mary si risveglia legata a una sedia davanti a una tavola imbandita, in una scena che oscilla tra il perturbante e il grottesco. Clark le chiede di interpretare il ruolo della sua ex moglie, replicando un gioco di finzione già apparso in precedenza nel film. È uno dei momenti più rivelatori: i Backrooms non si limitano a intrappolare i corpi, sembrano tentare di ricostituire le relazioni che i loro ospiti hanno perduto fuori.
Il confronto tra i due porta Clark, per un momento, a riacquistare lucidità. Libera Mary. Ed è in quel preciso istante che il film introduce la sua minaccia più esplicita: una versione deformata e gigantesca di Clark, vestita come il personaggio da pirata che interpretava per i bambini nel suo negozio. La creatura uccide Clark e si mette all’inseguimento di Mary.
L’intervento di Async e il finale aperto
La fuga di Mary non porta a una salvezza convenzionale. I Backrooms vengono raggiunti da Async, un’azienda che in passato si occupava di macchinari per risonanza magnetica e che nel frattempo ha scoperto e studiato questa dimensione. Gli agenti della compagnia fanno uso di gas per neutralizzare sia Mary che la creatura. Mary, disorientata, chiede al ricercatore Phil, interpretato da Mark Duplass, se potrà andarsene. Phil non risponde.

Il film si chiude con un montaggio di immagini dei Backrooms, suoni ambientali, stasi visiva. E poi l’ultima inquadratura: una versione mostruosa di Mary, intrappolata in una copia distorta della stanza in cui si trova. I Backrooms hanno generato la sua replica, proprio come avevano fatto con Clark.
Perché il finale divide
La chiave di lettura tematica è coerente con tutto ciò che il film ha costruito. Mary è cresciuta con una madre reclusa, in un ambiente asfissiante e chiuso. La sua copia è ora intrappolata in uno spazio identico, impossibilitata a uscire, come lei da bambina. Il cerchio si chiude in modo elegante, ma l’eleganza, qui, è il problema per una parte del pubblico.
Chi si aspettava un finale di genere tradizionale, con una risoluzione netta, un confronto spaventoso o almeno una risposta sul destino di Mary, ha trovato invece un epilogo contemplativo, stratificato, volutamente sospeso. Nessun jump scare finale, nessuna spiegazione esplicita su cosa siano davvero i Backrooms, nessuna certezza sul confine tra spazio fisico e proiezione mentale. Il film suggerisce che i Backrooms esistano concretamente nel mondo della storia, ma lascia aperta la questione psicologica senza mai chiuderla.
L’altra fonte di dibattito riguarda la creatura: presentata come minaccia centrale nella parte finale, viene sostanzialmente rimossa dalla scena attraverso il gas di Async, privando il film di uno scontro diretto che molti spettatori attendevano.
Un universo destinato a espandersi
Parsons, che ha fondato il progetto Backrooms come serie online prima di portarlo sul grande schermo, ha dichiarato di vedere il futuro di questo universo in un formato televisivo serializzato. A suo avviso, il materiale narrativo dei Backrooms non si presta a essere condensato in altri film, e una serie permetterebbe una progressione più organica e specifica. Il successo commerciale del film rende probabile un seguito in qualche forma, ma la direzione esatta è ancora da definire.
Nel frattempo, il finale resta esattamente ciò che un buon finale di cinema impegnato dovrebbe fare: non chiudersi su se stesso, ma continuare a esistere nella testa di chi lo ha visto.
