Home Sky-Now TVAddio a Euphoria: perché la terza stagione segna la fine di un’era per le serie HBO

Addio a Euphoria: perché la terza stagione segna la fine di un’era per le serie HBO

by Valeria Bernardo

Euphoria si conclude. Non è un rimando, non è una pausa creativa: la terza stagione della serie creata da Sam Levinson per HBO sarà l’ultima. Una notizia che molti seguaci della serie attendevano con un misto di curiosità e apprensione, consapevoli che ogni stagione aveva alzato l’asticella dello scontro tra aspettative, divisioni critiche e impatto culturale.

La serie, arrivata sulla piattaforma HBO con la prima stagione nel 2019, ha cambiato in modo duraturo il modo in cui si racconta l’adolescenza nella televisione americana. Zendaya nel ruolo di Rue Bennett ha costruito una delle interpretazioni più riconoscibili della sua generazione, portando a casa un Emmy Award e consolidando uno status che va ben oltre il semplice riconoscimento televisivo. Attorno a lei, un ensemble di giovani attori come Hunter Schafer, Jacob Elordi e Sydney Sweeney ha contribuito a fare di Euphoria qualcosa di più di una serie sul disagio giovanile: uno specchio stilizzato e volutamente sopra le righe di un’epoca.

La seconda stagione, andata in onda nel 2022, aveva diviso profondamente critica e pubblico. L’estetica visiva ultra-patinata, la sceneggiatura sempre più densa di simbolismi e la lunghezza degli episodi avevano generato un dibattito acceso su dove la serie stesse andando. Nonostante le polemiche, i numeri erano rimasti solidi, e HBO aveva confermato il rinnovo per una terza stagione.

Quella terza stagione, ora, sarà anche l’ultima. La decisione di concludere la serie con questo ciclo narrativo sembra riflettere una scelta consapevole: portare la storia a una conclusione invece di diluirla ulteriormente. Levinson ha costruito Euphoria come un racconto ad alta intensità, e trascinarlo oltre il punto di rottura avrebbe rischiato di svuotarne il senso.

Vale la pena ricordare che la produzione della terza stagione ha attraversato una fase tutt’altro che lineare. Tra voci di tensioni sul set, ritardi e dichiarazioni contrastanti da parte del cast, il percorso verso la messa in onda ha alimentato una narrativa parallela fatta di indiscrezioni e smentite. Zendaya, in più occasioni, ha confermato il proprio coinvolgimento, ma i tempi si sono allungati ben oltre le aspettative iniziali.

Il peso culturale di Euphoria resta comunque difficile da ridimensionare. La serie ha influenzato la moda, il linguaggio visivo dei social, il modo in cui si discute di salute mentale e dipendenze tra i giovani adulti. Playlist, palette cromatiche, riferimenti estetici: tutto questo ha viaggiato ben al di là dello schermo. È uno di quei rari casi in cui una serie televisiva diventa un codice generazionale, riconoscibile anche da chi non l’ha mai vista per intero.

Chiudere con la terza stagione significa anche accettare i limiti di quel codice. Le storie di Rue, Jules e degli altri personaggi di East Highland non possono restare per sempre sospese nell’adolescenza, e forzarne la continuazione avrebbe significato tradire la logica stessa della serie. In questo senso, la conclusione ha una sua coerenza narrativa, anche se la forma concreta che assumerà resta ancora da scoprire.

Per il pubblico che ha seguito Euphoria fin dall’inizio, la terza stagione sarà probabilmente qualcosa di più di una semplice chiusura: l’occasione per fare i conti con una serie che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno preciso in un preciso momento della storia della televisione.

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