Sette anni non bastano a smorzare certe delusioni. Emilia Clarke lo ammette senza filtri: la morte di Daenerys Targaryen per mano di Jon Snow l’ha fatta arrabbiare davvero, e il tempo trascorso dalla messa in onda del finale di Game of Thrones non ha del tutto lenito quella sensazione.
“Mi ha proprio buttato giù che mi ammazzasse. Abbastanza maleducato”,
ha dichiarato l’attrice con ironia, in un’intervista rilasciata a Variety, aggiungendo però che il disappunto andava ben oltre la dinamica tra i personaggi.
Clarke definisce il suo stato d’animo rispetto alle scelte creative dell’ultima stagione come quello di chi era “assolutamente furiosa”, pur riconoscendo di non aver avuto, né cercato, alcun potere decisionale sulla direzione narrativa.
“A parte quello che ho portato come attrice, non avevo nessun apporto creativo, e non lo volevo nemmeno”,
ha spiegato. I due showrunner David Benioff e D.B. Weiss vengono descritti come “geni”, ma anche come figure estremamente rigide sul testo: pretendevano che le battute venissero recitate esattamente come scritte, senza variazioni.

Il percorso di Daenerys nell’ultima stagione rimane uno degli archi narrativi più controversi della storia recente della televisione. La scelta di far “impazzire” la Madre dei Draghi, portandola a radere al suolo Approdo del Re e a massacrare migliaia di civili innocenti pur di conquistare il trono, ha diviso profondamente il pubblico. Clarke dice di aver cercato di dare senso a ogni singola scelta del personaggio, ricostruendone la coerenza interna stagione per stagione:
“Ho dato il meglio di me per empatizzare, capire e seguire ogni decisione che lei prendeva, in modo che sembrasse mia. Sentivo che era il mio lavoro.”
Sul fronte delle scene più esplicite, l’attrice chiarisce di non aver vissuto episodi che definisce “brutti” durante le riprese di Game of Thrones, ma ammette di aver incontrato, in altri contesti lavorativi, situazioni in cui si è sentita trascurata.
“Non voglio fare nomi ma ci sono state occasioni in cui ho pensato: questo non va bene. Non per abuso di potere, ma per mancanza di attenzione e cura.”
La carriera di Emilia Clarke dopo il trono di spade racconta di una serie di scommesse su grandi franchise che non hanno sempre pagato. Con la stessa lucidità disarmante con cui parla di Westeros, l’attrice affronta anche il capitolo Marvel: Secret Invasion, la serie Disney+ in cui ha interpretato G’iah, figlia di Talos, è stata uno dei progetti più divisivi dello Studio. La stagione ha suscitato reazioni tiepide e il finale, in particolare, ha deluso anche i fan più disposti a concedere il beneficio del dubbio. La scena culminante in cui G’iah affronta il villain Gravik trasformandosi in una “Super Skrull” capace di combinare i poteri di vari eroi dell’MCU è stata tra gli elementi più criticati. Il finale lasciava aperta la porta a sviluppi futuri per il personaggio, con G’iah reclutata dall’agente dell’MI6 Sonya Falsworth, ma da allora non sono emersi aggiornamenti concreti sul suo eventuale ritorno nell’universo Marvel.

Clarke inquadra tutto con un’onestà rara nel settore:
“Non penso che a nessuno piacesse quello show, mi dispiace! Star Wars? Non è piaciuto. Terminator? Non sarebbe mai dovuto esistere. Ma erano lavori che ho scelto di accettare. Sono entrata in franchise già esistenti e quando non funzionano, non la prendo sul personale.”
È una postura che rivela più maturità che rassegnazione. Il punto non è solo la qualità dei singoli prodotti, ma la dinamica strutturale che spinge un’attrice reduce da un successo globale ad accettare rapidamente il maggior numero possibile di offerte, sapendo che la finestra di visibilità non dura per sempre. Terminator Genisys, Solo: A Star Wars Story e Secret Invasion hanno tutti in comune la promessa di un brand consolidato, e tutti e tre hanno mancato le aspettative del pubblico per ragioni che poco avevano a che fare con le prestazioni dell’attrice.
Emilia Clarke resta una delle presenze più riconoscibili della sua generazione, capace di muoversi tra commedia e dramma con naturalezza. Il suo prossimo capitolo resta da scrivere, e stavolta, forse, con qualche sceneggiatura di cui essere meno “furiosa” a cose fatte.
