Home Documentari‘A War on Women’: il documentario che racconta 50 anni di resistenza delle donne iraniane

‘A War on Women’: il documentario che racconta 50 anni di resistenza delle donne iraniane

Dal movimento Donna Vita Libertà alla guerra in corso: il documentario di Raha Shirazi porta al cinema una lotta che dura da decenni.

by Mauro Terrone

Alcune storie arrivano al cinema con il peso specifico del mondo reale. “A War on Women”, documentario diretto dalla regista canadese iraniana Raha Shirazi e scritto insieme a Samira Mohyeddin, è uno di questi lavori che non lascia scampo allo spettatore: commuove, informa, disturba nel senso più produttivo del termine. Distribuito in Italia da Filmclub Distribuzione, il film è arrivato nelle sale il 28 maggio 2026 e rappresenta uno dei titoli più significativi della stagione documentaristica.

Il punto di partenza è noto: il settembre 2022 e la morte di Mahsa Amini, la giovane donna deceduta mentre si trovava in custodia della polizia morale iraniana per non aver indossato correttamente il velo. Quell’evento ha scatenato una mobilitazione popolare senza precedenti nella storia recente della Repubblica Islamica, sintetizzata nel grido “Donna, Vita, Libertà” (Jin, Jîyan, Azadî), diventato il simbolo di un’intera generazione. Ma il documentario non si limita a raccontare quei mesi: allarga lo sguardo fino alla rivoluzione teocratica del 1979 e, con qualche sguardo retrospettivo, al periodo monarchico dello Shah, costruendo un affresco storico su cinquant’anni di oppressione e resistenza.

La forza del film sta nella sua capacità di identificare quattro generazioni di donne che hanno sfidato il regime degli Ayatollah. Si va da Mahnaz Afkhami, ministro per gli Affari Femminili nel governo pre-rivoluzionario, in esilio a New York dal 1979, alle manifestanti più giovani che hanno usato il velo rimosso come bandiera di emancipazione, non come atto di sfida fine a se stesso. Tra le voci più riconoscibili, quella dell’attivista Masih Alinejad, una delle figure più note e coraggiate del movimento, che in un momento particolarmente toccante si rivolge alla stessa regista con tenerezza, notando la sua emozione. Un gesto che diventa specchio di ciò che prova anche chi guarda.

Non manca la testimonianza di Golshifteh Farahani, tra le attrici iraniane più rispettate a livello internazionale, costretta all’esilio dopo aver recitato in produzioni occidentali. A lei si deve una delle frasi più potenti dell’intero documentario: “Stiamo rompendo il loro muro di ignoranza con i nostri corpi”. Una sintesi che vale più di molte analisi politiche.

Quello che emerge dalla visione è un ritratto collettivo costruito senza retorica. Le protagoniste non vengono presentate come vittime da compatire, ma come eroine pienamente consapevoli della propria lotta, con le loro fragilità, le loro paure e la loro determinazione. Il film prodotto da Rosamont, Doppio Nodo Double Bind, Eolo Film Productions, Minerva Pictures e Luce Cinecittà con Rai Cinema riesce a dare voce a un popolo giovane e antico insieme, come lo definisce la narrazione stessa, capace di non tacere di fronte a un sistema che per decenni ha cercato di zittirlo.

L’ultimo segmento del documentario si confronta con la complessità del presente. La guerra in corso, con il coinvolgimento di Stati Uniti e Israele, ha reso ancora più difficile la battaglia per un Iran libero e democratico: un contesto geopolitico che rischia di soffocare o distorcere il messaggio di un movimento nato dal basso, dalle strade, dai corpi delle donne.

Shirazi costruisce il suo film con una tensione narrativa costante, alternando archivi, interviste e immagini girate clandestinamente e diffuse sui social network, che hanno portato la resistenza iraniana anche davanti agli occhi dell’Occidente. Il risultato è un lavoro che interpella lo spettatore ben oltre la durata della proiezione: una domanda rimasta aperta su quanto i media e l’opinione pubblica internazionale abbiano davvero scelto di seguire questa storia con la profondità che meriterebbe.

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