A maggio del 2006, X-Men: Conflitto finale usciva nelle sale americane con il peso enorme di dover chiudere una trilogia amatissima e portare sullo schermo una delle saghe più celebrate dei fumetti Marvel: la Fenice Oscura. Vent’anni dopo, quel film è ancora lì, con tutti i suoi difetti e qualche merito che nel 2006 fu colpevolmente ignorato.
All’epoca, la delusione fu quasi universale. Le aspettative erano altissime: i primi due film di Bryan Singer avevano costruito un’identità solida, capace di fondere il racconto supereroistico con riflessioni sociali mai banali. Il terzo capitolo, diretto da Brett Ratner, sembrava invece voler fare tutto in una volta sola, accumulando in un’unica ora e quarantaquattro minuti due filoni narrativi distinti: la storyline della Cura, che esplora il dibattito morale sull’idea di “correggere” l’essere mutante, e la saga della Fenice Oscura, che richiedeva da sola spazio e respiro per essere raccontata con la dignità che meritava. Nessuna delle due ottiene abbastanza attenzione, e il risultato è un film che lascia con la sensazione spiacevole di aver visto due storie a metà.

Eppure, a distanza, il quadro si fa più sfumato. La battaglia finale ad Alcatraz resta una delle sequenze d’azione più spettacolari dell’intera saga. Magneto che sposta il Golden Gate Bridge verso l’isola è un’immagine che ha attraversato indenne vent’anni di effetti speciali inflazionati e regge ancora benissimo. Il confronto che ne segue, con decine di mutanti schierati su fronti opposti, raggiunge una scala raramente vista nel franchise. Persino la scena finale con Jean Grey che scatena la Fenice, nonostante il contesto narrativo troppo affrettato, ha una sua potenza visiva difficile da negare. Il film ha i suoi momenti imbarazzanti, la battuta del Juggernaut è diventata un meme per una ragione, ma non è questo a definirlo nella memoria collettiva.
A spostare il giudizio in modo definitivo ha contribuito soprattutto il confronto con quello che è venuto dopo. Nel 2019, Dark Phoenix ha tentato di riscrivere quella storia, con un budget più alto, un tono più cupo e una regia più controllata. Il risultato è stato peggiore. Non per mancanza di ambizione, ma per assenza di energia: un film lento, privo di brio, incapace di generare anche solo quella tensione spettacolare che Conflitto finale, tra mille difetti, riusciva a produrre. Quando si ha l’opportunità di confrontare due versioni fallite della stessa storia, la più vitale delle due tende a uscire rivalutata.

Undici film in vent’anni, compresa la trilogia di Deadpool, hanno ridisegnato la mappa del franchise e dato una prospettiva nuova a ogni capitolo. Conflitto finale non è diventato un film migliore di quello che era, e nessun anniversario cambia la struttura narrativa di una sceneggiatura sovraccarica. Ma nel contesto completo della saga, il film ha trovato il suo posto: non come il peggior X-Men di sempre, ma come un capitolo imperfetto e ancora pienamente godibile, che aveva più da offrire di quanto i fan del 2006 fossero disposti ad ammettere.
Vent’anni sono sufficienti per rivedere un verdetto. Non per assolverlo, ma per essere più onesti.
