Da Cannes 2026, I Wonder Pictures torna con tre acquisizioni che raccontano molto del momento in cui viviamo, e ancora di più della linea editoriale di una distribuzione che non ha mai smesso di scegliere con una prospettiva precisa. Tre film lontanissimi per forma, tono e immaginario. Tre opere che condividono però qualcosa di essenziale: uno sguardo che non si accontenta di intrattenere, ma vuole disturbare, commuovere, interrogare. Partiamo da quello che porta il peso maggiore, e lo porta bene.
‘Un uomo del suo tempo’ e la banalità del collaborazionismo
Emmanuel Marre, che I Wonder Pictures aveva già accompagnato con il sorprendente Generazione Low Cost, torna con un film che sposta l’asse temporale ma non la sensibilità. Notre Salut, presentato in Concorso alla 79esima edizione del festival con il titolo internazionale, arriverà in Italia come Un uomo del suo tempo, e già il cambio di titolo dice qualcosa: non una salvezza collettiva, ma un uomo. Un solo uomo. Con le sue ambizioni, i suoi calcoli, le sue giustificazioni.
La storia è quella di Henri, ingegnere cinquantenne nella Francia del 1940, che vede nell’alba del regime di Vichy non un’abominio morale da respingere, ma un’opportunità da cogliere. Swann Arlaud costruisce un personaggio che non è mai il mostro che ci aspettiamo: è qualcuno che riconosce, qualcuno che somiglia a persone che abbiamo incontrato, a logiche che non suonano del tutto aliene. Quella del merito rivendicato, dell’ordine come valore supremo, dell’efficienza come alibi. È da quel terreno familiare che il film fa germogliare il suo orrore.

Marre si ispira alla storia del proprio bisnonno, lavora su un epistolario reale, eppure il film non ha l’aria del documento storico. Ha l’aria del presente. La banalità del male, categoria arendtiana che il cinema ha inseguito per decenni con risultati alterni, trova qui una declinazione che non cerca la grandiosità del gesto criminale, ma la minuscola acquiescenza quotidiana. Il vincitore del Premio per la Miglior Sceneggiatura a Cannes 2026 non è un caso: la scrittura è il cuore del film, il luogo in cui si costruisce quella lenta discesa che non ha mai il sapore della caduta brusca, ma quello di uno scivolamento impercettibile.
Andrea Romeo, fondatore di I Wonder Pictures, ha evocato il confronto con La zona d’interesse di Jonathan Glazer, e il riferimento non è casuale né esagerato. Entrambi i film rifiutano la spettacolarizzazione del male, preferendo mostrarne la meccanica ordinaria. Ma dove Glazer operava con un distacco quasi fisico, claustrofobico, Marre sceglie l’intimità: ci porta dentro la testa di Henri, e quella vicinanza è la vera perturbazione.
‘Club Kid’ e il coming-of-age di chi pensava di essere già adulto
Diversissimo per tono, registro e traiettoria emotiva, Club Kid è il debutto nel lungometraggio di Jordan Firstman, e sulla Croisette ha fatto esattamente quello che i migliori crowd-pleaser sanno fare: ha preso una platea e l’ha trascinata da parti che non si aspettava.
Peter organizza feste nella nightlife queer newyorkese. È nel suo elemento, conosce le regole del suo mondo, sa come muoversi. Poi scopre di avere un figlio di dieci anni. Da quel momento, il film diventa una commedia di formazione anomala: non quella del ragazzo che cresce, ma quella dell’adulto che non è mai davvero cresciuto e non può più ignorarlo.
Quello che colpisce, stando alle reazioni della Croisette, è la capacità di Firstman di tenere insieme registri apparentemente incompatibili. L’ironia sfrontata della cultura clubbing, la tenerezza spigolosa del rapporto tra un padre impreparato e un figlio senza filtri, la malinconia che si insinua nei margini di ogni scena comica. Club Kid non piange sulla nightlife queer: la celebra, la abita dall’interno, la usa come spazio per una riflessione sul bisogno di comunità e sulle seconde possibilità che non si chiede il permesso di essere sentimentale.

Il fatto che sia stato “il film di cui più si è parlato” durante questa edizione non è solo un dato di marketing. È il segnale che il film ha trovato una frequenza condivisa: quella di chi appartiene a una comunità, qualunque essa sia, e sa che quella comunità può salvarti e insieme renderti infantile, proteggerti e trattenerti. Firstman conosce quel territorio, e lo racconta senza distanza.
‘Jim Queen’ e la satira come atto politico
Il terzo titolo è il più anarchico, il più dichiaratamente pop, e probabilmente il più difficile da inserire in una categoria. Jim Queen di Marco Nguyen e Nicolas Athané arriva dalla sezione Midnight Screenings, che nella grammatica festivaliera significa: questo film non chiede il tuo consenso, vuole solo la tua complicità.
Jim è un’icona gay parigina, ossessionato dal corpo, dai follower, dalla propria posizione nella gerarchia estetica della scena. Poi contrae l’Heterosis, un virus immaginario che trasforma gli uomini gay in eterosessuali, e la sua esistenza viene ribaltata. Al suo fianco rimane Lucien, giovane e ancora incapace di vivere apertamente la propria identità.
La premessa è camp nella sua essenza più pura: usare un elemento grottesco, quasi fantascentifico, per portare alla superficie qualcosa di molto reale. Il virus non è una metafora pigra dell’omofobia esterna: è la cartina di tornasole dell’omofobia interiorizzata, del culto del corpo come armatura, della comunità come spazio di appartenenza ma anche di esclusione. Gli autori parlano di “lettera d’amore alla comunità gay”, e si sente, ma Jim Queen non è un film che accarezza. Graffia con affetto, che è una cosa diversa.

L’animazione come scelta formale non è neutrale: permette un eccesso figurativo che il live action non potrebbe ospitare senza perdere credibilità, e trasforma Parigi in un universo visivo che è allo stesso tempo riconoscibile e completamente libero da ogni vincolo realistico. In questo senso, Jim Queen appartiene a una tradizione di animazione adulta e politicamente consapevole che continua ad avere meno spazio di quanto meriti nelle sale italiane.
Tre film, una linea editoriale
Quello che emerge da questi tre acquisti non è solo la qualità dei singoli titoli, ma la coerenza di un progetto distributivo. I Wonder Pictures ha costruito negli anni una reputazione come interlocutore per autori e opere che non entrano facilmente nelle griglie commerciali, e questa selezione da Cannes 2026 ne è la conferma più recente.
Un dramma storico sul collaborazionismo che non spettacolarizza il male. Una commedia queer sul diventare genitore che non riduce la cultura underground a scenografia. Un film d’animazione satirico che usa il grottesco per parlare di identità e solidarietà. Tre linguaggi, tre immaginari, tre urgenze. Un solo punto in comune: nessuno dei tre si accontenta di essere quello che sembra a prima vista.
Vale la pena aspettarli.
