Quattro stagioni, un’apocalisse da scongiurare e una macchina del tempo capricciosa: 12 Monkeys è la serie che molti appassionati di fantascienza televisiva non hanno ancora visto, e che probabilmente avrebbero amato dal primo episodio.
Debuttata nel 2015 sul canale Syfy, la serie prende le mosse dall’omonimo film del 1995 diretto da Terry Gilliam, con Bruce Willis e Brad Pitt, ma si allontana presto dalla fonte per costruire qualcosa di più ambizioso e articolato. Dove la pellicola si concentrava sul fatalismo, sull’idea che il passato sia immutabile e che ogni tentativo di alterarlo non faccia che precipitare gli eventi verso il loro esito inevitabile, la serie televisiva sceglie una strada diversa: quella della resistenza, della lotta contro il destino anche quando le probabilità sembrano schiaccianti.

Il protagonista è James Cole, interpretato da Aaron Stanford, un uomo proveniente da un futuro devastato dalla piaga che ha sterminato oltre il 90% della popolazione mondiale. La sua missione è viaggiare nel passato per impedire che quella catastrofe si compia. Al suo fianco opera Cassandra Railly, interpretata da Amanda Schull, una dottoressa del presente che diventa la sua principale alleata contro l’Armata delle 12 Scimmie, un’organizzazione che lavora attivamente affinché l’apocalisse avvenga. Cole viene catapultato in epoche diverse, dalla Corea del Nord del 2006 agli Stati Uniti del 2013, con una traiettoria temporale tutt’altro che lineare che aggiunge imprevedibilità a ogni sequenza.
La prima stagione presenta qualche irregolarità narrativa, alcune convenzioni tipiche di uno show che sta ancora trovando la propria voce. Ma dalla seconda stagione in poi la serie acquista una sicurezza nella gestione dei paradossi temporali, dei loop causali e delle linee alternative che pochi show televisivi hanno saputo eguagliare. Ogni dettaglio seminato nelle prime puntate torna in modo organico; ogni scelta apparentemente minore si rivela parte di un disegno più grande. È il tipo di scrittura che premia l’attenzione e che non si consuma in una visione distratta.

Il confronto con Dark non è casuale. La serie tedesca di Netflix, uscita nel 2017, è diventata il punto di riferimento assoluto per le narrazioni sui viaggi nel tempo grazie alla sua struttura matematicamente rigorosa e alla sua rete di connessioni generazionali. 12 Monkeys non raggiunge quella perfezione formale, ma si muove nello stesso territorio con ambizioni comparabili, esplorando il conflitto tra libero arbitrio e determinismo con una coerenza che non molte serie riescono a sostenere per quattro stagioni intere.
Il paragone con The Last of Us, invece, riguarda il registro emotivo. La serie HBO del 2023 ha ridefinito cosa può essere una storia post-apocalittica sul piccolo schermo: non un esercizio di sopravvivenza, ma un ritratto dell’umanità sotto pressione. 12 Monkeys opera nella stessa direzione, costruendo intorno alla catastrofe imminente legami tra personaggi che danno peso a ogni scelta e a ogni sacrificio. Il futuro devastato che Cole porta con sé non è uno scenario astratto, ma una presenza concreta che informa ogni dialogo e ogni decisione.

Il fatto che questa serie sia uscita a metà del decennio scorso senza generare il clamore che avrebbe meritato la dice lunga sulla difficoltà di collocare certi prodotti nel momento sbagliato. Non aveva l’hype di un adattamento atteso, non proveniva da una piattaforma globale, e il canale Syfy non godeva della visibilità che avrebbe garantito una distribuzione più ampia. Il risultato è che 12 Monkeys ha finito per essere un titolo da addetti ai lavori, apprezzato da chi l’ha seguito ma sostanzialmente invisibile al grande pubblico.
Per chi ha esaurito Dark e attende nuovi contenuti con quella stessa densità narrativa, o per chi ha trovato in The Last of Us una conferma che la fantascienza televisiva può essere anche letteratura, 12 Monkeys rappresenta un recupero più che giustificato. Non è una serie perfetta, ma è una serie onesta, coraggiosa nella struttura e generosa con chi decide di seguirla fino in fondo.
