Home HBO Max10 serie HBO che hanno conquistato tutti nei primi 10 minuti

10 serie HBO che hanno conquistato tutti nei primi 10 minuti

Da The White Lotus a True Detective, alcune serie HBO hanno saputo catturare l'attenzione prima ancora che la storia decollasse davvero.

by Valeria Bernardo

Bastano dieci minuti. In certi casi anche meno. È il tempo che alcune serie televisive impiegano per farti capire che quello che stai guardando non è ordinaria televisione, ma qualcosa che resterà. HBO ha costruito la propria reputazione anche su questo: aprire una storia nel modo giusto, piazzare la prima scena come se fosse una dichiarazione di intenti firmata e irrevocabile.

Alcune di queste aperture sono diventate parte della memoria collettiva degli spettatori. Altre lavorano in modo più sotterraneo, seminando dettagli che capirai solo a fine stagione. Tutte hanno in comune una cosa: nei primi dieci minuti, ti convincono che vale la pena restare.

The White Lotus (2021, in corso)

La prima stagione si apre con un giovane dall’aria malinconica seduto in aeroporto, in viaggio da solo. Parla con una coppia più anziana che ha sentito di una morte avvenuta al resort da cui lui sta tornando. La scena si interrompe e salta indietro nel tempo, al giorno degli arrivi: famiglie, coppie, individui che scendono dal traghetto con l’entusiasmo di chi si aspetta una vacanza perfetta alle Hawaii. In quei primissimi minuti hai già tutto quello che ti serve per restare incollato allo schermo: sai che qualcuno è morto, non sai chi, non sai per mano di chi. La struttura del mystery è servita prima ancora che i personaggi abbiano aperto bocca più di due volte. La scena del personale dell’hotel che saluta con un gesto coordinato è diventata uno dei segni distintivi della serie nel corso delle sue tre stagioni, un’immagine che torna sempre con un sapore diverso.

The Penguin (2024)

Chi ha visto The Batman sapeva già che Colin Farrell era irriconoscibile sotto il trucco pesante di Oswald Cobb. Ma vedere quella sagoma scura stagliarsi contro le finestre, con le notizie di un’esplosione in sottofondo, è tutt’altra cosa rispetto a un cameo. Quando la telecamera gira lentamente sul suo volto, l’effetto è preciso e calcolato. The Penguin non si presenta come un racconto di supereroi: ha la grammatica visiva del noir gangster, il ritmo di un film di Scorsese più che di un cinecomic. La prima interazione tra Oz e Alberto Falcone, figlio del boss appena morto, costruisce in pochi scambi di battute tutta la tensione del resto della serie.

True Detective – Stagione 1 (2014)

La prima stagione dell’antologia creata da Nic Pizzolatto è ancora oggi considerata da molti come uno degli esempi più alti del genere. L’apertura è notturna, fredda, inquietante: un corpo viene trascinato nella foresta, un fuoco si alza nel buio. Prima ancora che i titoli siano finiti, hai già percepito il tono. Poi arriva Marty Hart (Woody Harrelson) che depone la sua testimonianza, e ti chiedi immediatamente di chi stia parlando, perché viene interrogato, cosa c’entra con quella scena iniziale. Quando compare Rust Cohle (Matthew McConaughey), è chiaro che la sua vita ha preso una piega molto diversa da quella del collega. Il caso di Dora Lange, una donna assassinata nel 1995, comincia a prendere forma attraverso i ricordi di entrambi. Non puoi fare a meno di voler sapere non solo cosa è successo alla vittima, ma anche cosa è successo tra loro.

Il Trono di spade (2011-2019)

La serie tratta dai romanzi di George R.R. Martin si apre con una pattuglia della Guardia della Notte che si addentra oltre la Barriera e viene attaccata dagli Estranei. La scena dura pochi minuti, ma bastano per capire che il budget non sarà mai un problema, che la regia ha ambizioni cinematografiche e che questa storia non farà sconti a nessun personaggio. Quando la scena si sposta sulle verdi colline di Winterfell e poi sulla famiglia Stark, anche chi non ha letto i libri intuisce che queste persone conteranno moltissimo. Per chi i libri li aveva letti, vedere quelle pagine prendere vita era già di per sé sufficiente.

The Last of Us (2023, in corso)

Pochi minuti di un talk show del 1968. Un ricercatore spiega con toni sempre più allarmanti cosa accadrebbe se un fungo mutasse al punto da infettare il sistema nervoso umano, rendendo inutile qualsiasi vaccino. Il pubblico in studio sorride nervoso. Lo spettatore a casa, che conosce il videogioco o che ha letto anche solo qualche riga della trama, sa già che quell’uomo ha ragione. Il salto al 2003, con Joel (Pedro Pascal) e sua figlia Sarah (Nico Parker) che vivono la normalità di un giorno qualunque, amplifica tutto. Sai cosa sta per accadere. Loro no. È una delle tensioni narrative più efficaci degli ultimi anni televisivi, costruita in dieci minuti scarsi.

Succession (2018-2023)

Logan Roy (Brian Cox) si sveglia nel cuore della notte, disorientato, senza capire dove si trova. È il momento più vulnerabile che la serie gli concederà. Da lì in poi, Logan sarà sempre il re indiscusso della stanza, il patriarca temuto e corteggiato, l’uomo che distribuisce e revoca il potere con una parola. Ma quella prima scena serve a capire tutto: un uomo che ha costruito un impero mediatico e che ha paura, come tutti, della propria fragilità. La famiglia Roy, presentata nei minuti successivi, è una costellazione di ambizioni, insicurezze e lealtà negoziate. Succession ha vinto quattro Golden Globe e quattro Emmy come miglior serie drammatica, e molti di quelli che l’hanno iniziata sapevano già alla fine del primo episodio che sarebbe stata qualcosa di speciale.

Euphoria (2019-2025)

L’apertura della prima stagione racconta in voce narrante la nascita di Rue Bennett (Zendaya), nata tre giorni dopo l’undici settembre, in un mondo che stava già cambiando. Il tono è immediato, intimo e scomodo. Sam Levinson stabilisce subito che questa non sarà una serie sul disagio giovanile raccontato con le rassicuranti distanze del dramma convenzionale. È una confessione diretta, visivamente ipnotica, con una protagonista che non chiede comprensione ma la ottiene comunque. Zendaya ha vinto il Primetime Emmy per il suo ruolo, diventando la più giovane attrice a ricevere questo riconoscimento in quella categoria.

Barry (2018-2023)

Barry Berkman (Bill Hader) è un sicario che per caso finisce a una lezione di recitazione a Los Angeles. L’apertura della serie bilancia umorismo nero e disagio esistenziale con una precisione che sembra facile e non lo è affatto. In pochi minuti capisci che stai guardando qualcosa che non rientra in nessuna categoria esistente: non è una commedia, non è un thriller, non è un dramma. È tutte e tre le cose insieme, e il tono non vacilla mai. Barry ha ottenuto consensi critici costanti nel corso delle sue quattro stagioni, con Hader premiato ripetutamente sia come attore che come regista.

The Sopranos (1999-2007)

Tony Soprano (James Gandolfini) siede nella sala d’attesa di una psicoterapeuta. Guarda una statuetta sul tavolo, poi alza gli occhi su di lei quando entra. È una scena semplice e straordinaria al tempo stesso: un boss della mafia in terapia, con tutte le contraddizioni umane che questo comporta. The Sopranos ha ridefinito il concetto di antieroe televisivo e ha posto le basi per quasi tutto quello che è venuto dopo nel drama televisivo americano. Quella prima scena nello studio della dottoressa Melfi vale da sola come manifesto programmatico.

The Wire (2002-2008)

La serie ambientata a Baltimora creata da David Simon si apre su una scena di omicidio investigata dal detective Jimmy McNulty (Dominic West). Il dialogo con un testimone di strada è già una lezione di scrittura: stabilisce la logica del quartiere, il codice non scritto tra chi ci vive e le istituzioni, il cinismo e la stanchezza di chi lavora in mezzo a tutto questo. The Wire è spesso citata nelle classifiche delle migliori serie di tutti i tempi, e quella prima scena contiene già tutto il suo DNA narrativo.

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