Wolverine è il personaggio più viscerale dell’universo Marvel. Lo è nei fumetti, dove le sue lame hanno attraversato corpi e moralità in egual misura; lo è stato sul grande schermo, dove Hugh Jackman ne ha incarnato la ferocia per quasi due decenni. Eppure, tra tutte le storie che lo riguardano, esiste un arco narrativo degli anni Novanta che si colloca su un piano diverso, più perturbante, difficilmente adattabile al tono dell’MCU così come lo conosciamo.
Tutto inizia con una sconfitta. In “X-Men” #25, Magneto sottrae a Logan il rivestimento di adamantio che ricopre il suo scheletro. Un gesto brutale nelle conseguenze, perché quell’adamantio non era soltanto un’arma: tratteneva la mutazione di Wolverine, impedendo alla sua natura più animale di prendere il sopravvento. Privato di quel freno biologico, Logan comincia a regredire, lentamente ma inesorabilmente, verso qualcosa di meno umano.
La discesa si articola in tappe. Logan lascia gli X-Men, cerca isolamento, ma il suo ritorno al gruppo è di breve durata: in “Wolverine” #90 conficca un artiglio nel cervello di Sabretooth, un gesto che parla da solo sulla sua condizione mentale in quel momento. Si rifugia nei boschi, lontano dai compagni, mentre il suo aspetto fisico e il suo comportamento diventano sempre meno riconoscibili. La svolta più estrema arriva con “Wolverine” #100, quando il mutante Genesis tenta di reinnestare l’adamantio nel suo corpo: l’operazione fallisce e accelera il declino. Logan perde persino il naso, dettaglio anatomico che suona quasi grottesco sulla carta ma che nei disegni contribuisce a rendere la sua trasformazione genuinamente inquietante.

Gli X-Men non lo abbandonano. E alla fine, attraverso quella che i lettori hanno accettato come logica fumettistica piuttosto che come spiegazione narrativa rigorosa, Wolverine recupera le sembianze originali. La storia si chiude, ma lascia una traccia.
Il motivo per cui questo arco narrativo risulta difficilmente trasponibile nell’MCU non è soltanto di natura contenutistica. È una questione di registro. La trasformazione di Logan in stato ferino appartiene al genere del body horror, quella categoria che David Cronenberg ha reso celebre con pellicole come “La mosca” del 1986: storie in cui l’orrore non risiede nella forma finale ma nel percorso, nel progressivo sgretolamento di ciò che rende umano un essere. Guardare Seth Brundle diventare qualcos’altro, fotogramma dopo fotogramma, è straziante proprio perché si vedono ancora i resti dell’uomo che era. La stessa dinamica governa il Wolverine ferino: il mostro fa paura, ma fa ancora più paura perché dentro al mostro si intravede ancora Logan.
L’MCU, per scelte estetiche e di pubblico consolidate nel tempo, opera su registri diversi. Non è un universo estraneo alla violenza o alla complessità psicologica, ma il body horror nella sua forma più cruda è un territorio che difficilmente si concilia con la direzione narrativa del franchise targato Disney. A questo si aggiunge una considerazione più pratica: Hugh Jackman, che ha riportato Logan sul grande schermo in “Deadpool & Wolverine”, incarna un’immagine del personaggio a cui il pubblico è profondamente affezionato. La prospettiva di trasformare quel volto in qualcosa di mostruoso, di privarlo letteralmente del naso davanti a una platea globale, sembra al momento improbabile.
Resta il fatto che quella storia esiste, è stata scritta e disegnata, e continua a rappresentare uno degli esperimenti più audaci mai condotti sul personaggio. Un promemoria di quanto i fumetti possano spingersi in direzioni che altri media, per ragioni industriali o di pubblico, preferiscono evitare.












