Parlare di ciò che si sta rompendo nel mondo è diventato quasi un atto di coraggio. Più facile conformarsi, abbassare la testa, non disturbare l’ordine delle cose. È precisamente questo meccanismo di resa silenziosa che Andrey Zvyagintsev mette sotto i riflettori nel suo sesto lungometraggio, Minotaur, presentato al Festival di Cannes 2026 e già considerato da più voci tra le opere più significative di questa edizione.
Zvyagintsev, regista russo che ha lasciato il suo paese e opera oggi all’estero con lo status di “agente straniero”, firma una sceneggiatura scritta insieme a Simon Lyashenko. Il punto di partenza dichiarato è La moglie infedele di Claude Chabrol (1969), caposaldo del cinema francese che aveva già ispirato il remake Unfaithful di Adrian Lyne nel 2002. Zvyagintsev non si limita però a rielaborare la storia: la usa come innesco per qualcosa di più vasto e più urgente.
La trama e il suo doppio livello
Al centro del film vi è Gleb, CEO di una società di trasporti in Russia, interpretato da Dmitriy Mazurov. Gleb scopre che sua moglie Galina (Iris Lebedeva) ha una relazione con un uomo più giovane. Fin qui, la struttura del modello originale regge. Ma è ciò che Zvyagintsev costruisce intorno a questa vicenda a fare di Minotaur qualcosa di radicalmente diverso da un dramma coniugale: la storia si espande fino a diventare una critica articolata alla guerra in Ucraina iniziata nel 2022 e alle sue conseguenze sulla società russa, sulla famiglia, sull’individuo.

Il titolo stesso non è casuale. Nel mito greco, il Minotauro era la creatura a cui Atene era costretta a offrire sacrifici umani per decreto del re Minos: quattordici giovani cittadini ogni volta. Nel film, questa eco mitologica si traduce in un elemento narrativo preciso: Gleb si trova costretto a scegliere quattordici dipendenti della sua azienda da consegnare allo Stato per essere arruolati e mandati al fronte. La scelta di chi sacrificare diventa la misura della sua complicità con il sistema.
I personaggi come archetipi
Gleb non è semplicemente un marito tradito o un imprenditore in crisi. Rappresenta una figura di conformismo attivo: chi partecipa al meccanismo del potere non per convinzione ideologica, ma per non rischiare di perdere ciò che ha accumulato. Galina, dal canto suo, incarna una forma diversa di complicità: quella di chi distoglie lo sguardo, finge che nulla stia accadendo e preserva la propria quotidianità a costo di ignorare la realtà.
Zvyagintsev non lascia spazio all’ambiguità su questo punto, e la mancanza di sfumature sembra una scelta deliberata. Il film non vuole consolare né assolvere: vuole mostrare. La sua forza sta proprio nell’assenza di attenuanti narrative.
La regia come linguaggio critico
Dal punto di vista formale, Minotaur è un lavoro di precisione estrema. Zvyagintsev collabora nuovamente con il direttore della fotografia Mikhail Krichman, costruendo inquadrature in cui ogni elemento visivo porta un peso tematico. L’acqua e la pioggia tornano come motivo ricorrente, associati alla figura di Gleb e alla sua progressiva dissoluzione morale: il mondo attorno a lui sembra letteralmente liquefarsi mentre la sua umanità si svuota. La composizione dell’immagine richiama apertamente l’eredità di Andrei Tarkovsky, con una cura per lo spazio del fotogramma che invita a una visione attenta e lenta.

La colonna sonora è firmata da Evgueni Galperine e Sacha Galperine, già collaboratori del regista: il loro approccio minimalista interviene con precisione chirurgica nei momenti in cui il film vuole generare disagio, senza mai sovrastare l’immagine.
Non solo Russia
Sarebbe riduttivo leggere Minotaur esclusivamente come un atto d’accusa verso il regime russo. Zvyagintsev stesso sembra rifiutare questa lettura limitante: la dinamica che descrive, ovvero quella di potenti disposti a sacrificare gli altri pur di mantenere il controllo, è riconoscibile in molti contesti nazionali, incluse le democrazie occidentali. Il film pone domande universali sul rapporto tra individuo e sistema, tra convenienza personale e responsabilità collettiva.
Il riferimento mitologico del Minotauro include anche la sua risoluzione: nel mito, fu Teseo a uccidere il mostro, guidato nel labirinto dal filo di Arianna, la figlia del re. Una traccia di speranza che il film non cancella del tutto, anche nel suo tono più cupo.
Minotaur è un film lento, costruito sulla tensione dell’osservazione. Non cerca di compiacere, ma nemmeno di respingere. Chiede attenzione, e in cambio offre una delle riflessioni cinematografiche più ambiziose presentate a Cannes 2026.












