Volo notturno per Los Angeles non è il film che ci si aspetterebbe da un divo di settantun anni con due nomination all’Oscar alle spalle. È qualcosa di più piccolo, più privato, e proprio per questo più interessante. John Travolta lo scrive, lo dirige, lo produce, lo narra. Lo accompagna a Cannes prima del debutto in streaming su Apple TV, fissato per il 29 maggio. E lo fa senza la corazza del kolossal, senza l’urgenza del comeback rumoroso. Sembra piuttosto un gesto d’amore, una lettera scritta a mano in un’epoca di mail automatiche.
La trama è esile per scelta, non per povertà. Jeff, un ragazzino innamorato degli aerei interpretato dall’esordiente Clark Shotwell, parte con la madre, Kelly Eviston-Quinnett, per un viaggio attraverso gli Stati Uniti diretto a Hollywood. Quello che potrebbe essere un semplice volo si dilata: pasti serviti tra le nuvole, hostess che hanno qualcosa da insegnare, passeggeri che sembrano usciti da un racconto, scali imprevisti, un assaggio della prima classe che diventa promessa di futuro. Tutto qui. Eppure è qui che il film gioca la sua partita.

L’aviazione, per Travolta, non è una scenografia. È una biografia. Chi conosce la sua passione di pilota sa quanto questo materiale gli appartenga, e si vede. Jeff guarda gli aerei come si guardano le cose che decidono una vita; sua madre lo accompagna in quella curiosità con una pazienza che non scivola mai nella retorica della famiglia perfetta. Il volo diventa rito di passaggio, non metafora pesante. Quando le hostess interpretate da Ella Bleu Travolta, figlia del regista, e Olga Hoffman entrano in scena, lo fanno con la grazia di chi è custode di un’epoca: l’età dell’oro dell’aviazione, quando salire su un aereo era ancora un evento. Travolta tratta quel mondo con un rispetto quasi liturgico, e la scelta paga.
La sceneggiatura, firmata da Travolta stesso, sceglie la via episodica. Ogni incontro a bordo è un piccolo mondo, ogni scalo una digressione. Funziona quando i dialoghi restano sospesi tra il candore di Jeff e l’ironia tenera della madre; rischia di perdere quota nei passaggi in cui la nostalgia si fa troppo dichiarata, quasi voce narrante che spiega ciò che le immagini avrebbero già detto da sole. È il limite di un film che si fida moltissimo della propria voce interiore: a volte la lascia parlare un po’ troppo.

Il sottotesto, però, è quello che mi interessa di più. Volo notturno per Los Angeles racconta un’America che non esiste più, dove il viaggio aereo era avventura e non disagio, dove Hollywood era una promessa e non un’industria. Travolta, narratore in prima persona, sembra dirci che certe vocazioni nascono in un momento preciso, in uno sguardo dal finestrino, in una conversazione con uno sconosciuto a diecimila metri di quota. È un film sull’origine dei sogni, scritto da chi quei sogni li ha vissuti fino in fondo. Lo si può leggere anche come riflessione obliqua sul cinema stesso: una volta si arrivava a Hollywood, oggi Hollywood arriva ovunque, attraverso uno schermo. E forse qualcosa, in quel rovesciamento, si è perso.
La scelta di portarlo a Cannes prima di farlo atterrare su Apple TV racconta bene il momento in cui ci troviamo. Un film d’autore intimo, prodotto da una piattaforma, presentato sul tappeto rosso più famoso del mondo, destinato al salotto di casa quattro giorni dopo. Travolta non combatte questa contraddizione: la attraversa. E ne approfitta per fare il film che voleva fare, senza dover convincere uno studio che un ragazzino, sua madre e un aereo bastassero a tenere su novanta minuti.

Vale la pena vederlo? Sì, se siete disposti a salire a bordo senza pretendere turbolenze. Volo notturno per Los Angeles non vuole sorprendervi, vuole accompagnarvi. È un film che non urla, non strappa, non gioca al colpo di scena. Lascia addosso una sensazione precisa: quella di aver guardato qualcuno raccontare l’origine della propria meraviglia. In un panorama dove il cinema d’intrattenimento alza sempre più la voce, sentire un autore che sussurra è una piccola rarità. Travolta torna dietro la macchina da presa con la calma di chi non deve dimostrare nulla. E quella calma, in volo, si sente.












