Home CuriositàSandro Veronesi e il film come atto politico: quando la scelta conta

Sandro Veronesi e il film come atto politico: quando la scelta conta

Sandro Veronesi ragiona sul rapporto tra narrativa e cinema, tra politica e memoria, tra la sala e il futuro di un linguaggio che resiste.

by Mauro Terrone

Sandro Veronesi parte da un gioco letterario per aprire una conversazione sul cinema che va ben oltre il semplice cinefilo. Leggere l’incipit di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez a occhi chiusi e chiedersi quante persone compongano il plotone di esecuzione: cinque, sette, un numero dispari. Nessun dato nel testo, eppure il lettore vede la scena. È da questa soglia, sottile come la distanza tra parola e immagine, che lo scrittore toscano affronta alcune delle domande più durature sulla natura dei due linguaggi.

Per Veronesi la questione non è quale dei due sia più potente. La sua posizione è netta: quella cinematografica non è scrittura, è un linguaggio. La scrittura, nelle sue varie forme, trasmette immagini da millenni; il cinema è arrivato dopo, e non contiene necessariamente più immagini della pagina scritta. Contiene immagini diverse, con una grammatica propria.

Questo distinguo ha conseguenze precise anche sul rapporto tra autori letterari e adattamenti. Quando uno scrittore cede i diritti cinematografici di un’opera, secondo Veronesi, cede anche la fisicità dei personaggi. Il cinema se ne impossessa, e lo scrittore che ha insistito su certi tratti fisici li vedrà rispettati; dove invece ha lasciato spazio, lo schermo lo riempirà a modo suo. Un esempio su tutti: Quasimodo è sempre gobbo, qualunque sia il mezzo. Quanto a Giuseppe Tomasi di Lampedusa e all’adattamento del Gattopardo firmato da Luchino Visconti, con Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale, Veronesi ritiene che l’autore avrebbe apprezzato quelle scelte. Era un uomo raffinato, dice, e apprezzava la bellezza.

La domanda più attesa, in un momento in cui il dibattito sul ruolo civile del cinema è insistente, riceve una risposta misurata. Un film può essere un atto politico, ma solo nella misura in cui vuole esserlo. Se non persegue quella intenzione, difficilmente lo diventa per caso o per effetto collaterale. Non è una posizione cinica, ma quasi il contrario: attribuisce peso reale all’intenzione dell’autore, rifiutando l’idea che ogni opera sia automaticamente politica per il solo fatto di esistere.

Il film più importante della sua formazione? 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, visto di pomeriggio al cinema centrale di Prato insieme a sua madre, entrando a metà proiezione come si usava allora. Veronesi ricorda di non aver capito nulla, e di aver imparato qualcosa di fondamentale da quell’esperienza: non è necessario capire per apprezzare un film.

Se dovesse scegliere cinque film da salvare per sé, in caso di catastrofe, citerebbe Il buio oltre la siepe, , Il posto delle fragole, Big Lebowski e Qualcuno volò sul nido del cuculo. Una selezione personale, emotiva. Ma se i film dovessero sopravvivere per spiegare la nostra civiltà a una specie aliena, la lista cambierebbe completamente: entrano Il giorno della locusta, Il Gattopardo, Il dottor Stranamore, Et Dieu créa la femme e Schindler’s List. Due liste per due scopi radicalmente diversi: una per chi sopravvive, l’altra per chi arriva dopo.

Sul fronte delle serie televisive, Veronesi è diretto: il problema non è la qualità, ma il formato relazionale. Non gli riesce di vederle da solo, e non riesce a vederle in compagnia. Il risultato è che ne vede poche, e quando lo fa preferisce una puntata al giorno o a cadenza settimanale, non il consumo compulsivo in un’unica sessione.

Sul futuro delle sale cinematografiche, Veronesi cede la parola a suo fratello, cui attribuisce un’osservazione acuta: la gente non va più al cinema nemmeno nei film. I personaggi cinematografici stessi hanno smesso di frequentare le sale. Un dato di percezione, certo, ma che fotografa qualcosa di reale nella mutazione del rapporto tra il pubblico e l’esperienza collettiva della visione.

In libreria con Caducità, raccolta di trentadue racconti pubblicata da La nave di Teseo e che copre un arco narrativo dal 1983 ad oggi, Veronesi indica il filo che li attraversa tutti: la fatica dell’accettazione, che definisce come l’unico vero eroismo praticabile nel presente. Una chiave di lettura che dice molto anche sulla sua visione del cinema e della letteratura: entrambi come specchi di ciò che l’essere umano è costretto ad accettare, e di come trova la forza per farlo.

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