Home FilmCome Lo squalo di Spielberg ha generato un capolavoro del cinema giapponese

Come Lo squalo di Spielberg ha generato un capolavoro del cinema giapponese

Il film giapponese *House* del 1977 nasce come imitazione di *Lo squalo*, ma il regista Nobuhiko Obayashi trasforma il mandato produttivo in qualcosa di irripetibile.

by Mauro Terrone

Nel 1975, Lo squalo di Steven Spielberg trasformò per sempre il modo in cui Hollywood concepisce il blockbuster estivo. Il film, ambientato in una cittadina balneare del New England dove uno squalo bianco semina il panico mentre il sindaco si rifiuta di chiudere le spiagge per proteggere il turismo, divenne uno dei maggiori successi commerciali della storia del cinema fino a quel momento. L’onda d’urto si fece sentire ben oltre i confini americani, arrivando fino in Giappone, dove la casa di produzione Toho decise di cavalcare quella stessa onda commissionando un film nel medesimo spirito.

Il regista scelto fu Nobuhiko Obayashi, allora noto soprattutto per il suo lavoro nel mondo della pubblicità televisiva. Obayashi non aveva ancora diretto un lungometraggio e la prospettiva di intercettare un pubblico di massa lo metteva di fronte a una domanda tutt’altro che banale: cosa spaventa davvero le persone? Per rispondere, ricorse a una fonte inaspettata. Interrogò sua figlia Chigumi, all’epoca ancora bambina, chiedendole quali immagini avrebbe trovato terrificanti in un film horror. Da quelle conversazioni emerse l’ossatura narrativa di ciò che sarebbe diventato House: una casa che divora le ragazze, un cocomero calato in un pozzo da cui riemerge una testa mozzata, uno specchio bizzarro, un pianoforte che ingoia le sue suonatrici.

Il risultato, uscito nel 1977, non aveva squali. Non aveva spiagge. Non aveva praticamente nulla in comune con il film di Spielberg, se non forse la volontà di produrre qualcosa che un pubblico potesse ricordare a lungo. House è un oggetto cinematografico inclassificabile: uno scheletro danzante, ragazze uccise da un fantasma che potrebbe essere un gatto, un giovane uomo che si avvicina alla casa fatata su un dune buggy con esiti del tutto imprevedibili, e una colonna sonora composta interamente prima dell’inizio delle riprese. Asei Kobayashi firmò i brani per pianoforte, mentre la rock band Godiego contribuì con alcune canzoni. Obayashi faceva ascoltare quella musica agli attori direttamente sul set, come strumento per calibrarne le performance.

Il contesto in cui House uscì in Giappone era quello di un momento di transizione per il cinema nazionale. La Nouvelle Vague giapponese, che aveva dominato la fine degli anni Sessanta con registi come Nagisa Ōshima, Shōhei Imamura e Seijun Suzuki, stava perdendo slancio. Il 1977 fu un anno insolitamente silenzioso per molti di quei nomi, il che aprì una piccola finestra nel panorama distributivo: abbastanza larga da lasciar passare qualcosa di così anomalo come House, capace di trovare il proprio spazio proprio perché non assomigliava a nient’altro in circolazione.

Negli Stati Uniti il film rimase praticamente sconosciuto per decenni. Fu solo nel 2010 che ottenne una distribuzione ampia sul territorio americano (non è mai stato distribuito ufficialmente nei cinema italiani), incontrando un pubblico entusiasta, in particolare tra i giovani appassionati di cinema di genere. Nello stesso anno, la Criterion Collection pubblicò un’edizione in Blu-ray corredata da materiale documentario, tra cui un filmato sul processo creativo del film. Da quel momento, House è diventato un punto di riferimento fisso nella cultura del cinema cult a livello internazionale.

La storia della sua origine resta una delle più curiose dell’intera storia del cinema. Toho voleva il suo Lo squalo. Obayashi consegnò qualcosa che non aveva precedenti e che, nel suo genere, non ha avuto veri successori. Un mandato produttivo trasformato, attraverso l’immaginazione di una bambina e la visione di un regista formatosi tra gli spot pubblicitari, in uno dei titoli più discussi e amati del cinema giapponese degli anni Settanta.

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