A Cannes 2026 non sono i titoli più attesi a lasciare il segno più duraturo. Capita che un film arrivi in sordina, senza il clamore dei grandi nomi in concorso, e esca dalla sala come una delle cose migliori viste in festival. È esattamente quello che è successo con Club Kid, presentato nella sezione Un Certain Regard e già acclamato da chi l’ha visto come una delle sorprese più genuine dell’intera edizione.
L’opera prima alla regia di Jordan Firstman, attore e filmmaker newyorkese noto finora per cortometraggi e lavori televisivi, si rivela qualcosa di più maturo e personale di quanto il suo curriculum lasciasse presagire. Firstman non si è limitato a dirigere: ha scritto la sceneggiatura e interpreta lui stesso il protagonista, un party promoter gay di New York di nome Peter, tossicodipendente, che vive in un appartamento a canone calmierato e trascorre le sue giornate tra feste, alcol e cocaina, insieme a una cerchia di amici tanto affettuosi quanto altrettanto persi.
Il film fa un salto temporale di un decennio nel giro di poche scene, e quando il ritmo della vita notturna sembra ormai l’unica costante, qualcuno bussa alla porta di Peter portando con sé un bambino di dieci anni di nome Arlo: suo figlio, avuto da una donna conosciuta a una festa in un momento di cui non serba alcun ricordo. La madre ha deciso di “lasciare la scena” e una sua amica ha portato il bambino direttamente da Peter. Da quel momento, la storia cambia registro senza mai perdere il tono.
Arlo è un bambino britannico vivace, curioso, e ben presto si innamora dell’ambiente notturno che Peter frequenta. Sotto lo pseudonimo DJ Night Shift, il bambino comincia a esibirsi alle feste, diventando a suo modo un club kid, proprio come il padre. Il titolo del film gioca su questo doppio senso: Peter è un club kid nel senso letterale e generazionale del termine, qualcuno che non è mai davvero cresciuto; Arlo lo diventa per imitazione e curiosità, ma con tutta l’innocenza che il padre ha perduto da tempo.

Il cuore del racconto non è però la festa o la droga, ma la relazione tra i due. Firstman costruisce il legame tra Peter e Arlo con una tenerezza che non scivola mai nel sentimentalismo di maniera. Una delle sequenze più apprezzate è quella in cui padre e figlio costruiscono insieme una playlist online: un gesto semplice, quasi banale, che diventa il simbolo di un affetto che si fa strada tra l’imbarazzo e l’inadeguatezza. Peter non diventa improvvisamente un padre perfetto, non si riscatta in un singolo momento catartico. Cresce lentamente, riconosce i propri errori senza compiacimento, e questo realismo lo rende un personaggio molto più interessante di quelli che il cinema offre di solito in storie simili.
Nel cast compare anche Cara Delevingne, nel ruolo di un’amica con cui Peter aveva organizzato eventi per anni, e dalla quale si allontana progressivamente perché lei, al contrario di lui, non riesce a smettere. Una presenza che aggiunge una nota più amara alla storia, senza appesantirla.
Quello che colpisce di Club Kid è l’equilibrio. Il film riesce a essere divertente, commovente, duro e ottimista nello stesso momento, e farlo senza che nessuno di questi elementi prevalga sugli altri è una capacità che molti registi esperti non riescono a mettere a fuoco. Per un esordio alla regia, è un risultato notevole. Firstman dimostra di saper tenere la macchina da presa con la stessa onestà con cui sembra aver guardato se stesso nello scrivere questa storia: senza filtri rassicuranti, ma anche senza compiacimento per il lato oscuro.
Reggie Absolom, al suo esordio cinematografico nel ruolo di Arlo, si rivela una delle scoperte del film: naturale, preciso, capace di reggere la scena accanto a un attore adulto senza sembrare mai sovrastato né costruito.
Club Kid lascia Cannes 2026 con una posizione ben definita nel panorama del cinema indipendente di questa edizione: non è un film che urla, non è un film di genere, non ha la costruzione calcolata dei titoli che puntano ai premi. È semplicemente una storia raccontata bene, con cuore, e questo, in un contesto festivaliero sempre più saturo di ambizioni estetiche, vale molto più di quanto sembri.












