Paolo Sorrentino ha scelto Carlo Ancelotti. Non un personaggio di finzione, non un calciatore mitologico da ricostruire attraverso la memoria collettiva, ma l’uomo in carne e ossa che oggi siede sulla panchina del Brasile, pronto ad affrontare la Coppa del Mondo. Il progetto è ufficiale: il regista premio Oscar si cimenterà per la prima volta nella sua carriera trentennale con un documentario, e il soggetto è uno degli allenatori più titolati che il calcio abbia mai prodotto.
La notizia ha il peso di un incontro improbabile eppure, a pensarci bene, quasi inevitabile. Sorrentino ha sempre portato il calcio dentro il suo cinema, spesso come metafora emotiva, a volte come scheggia biografica. In “La mano di Dio” (2021), film candidato all’Oscar come migliore pellicola internazionale, il calcio non era sfondo ma sostanza narrativa: l’arrivo di Diego Maradona al Napoli filtrava la giovinezza del regista e il dolore di una perdita familiare. Quel film era, tra le altre cose, una dichiarazione d’amore verso uno sport capace di contenere intere esistenze. Il documentario su Ancelotti sembra la conseguenza diretta di quella confessione pubblica.
Il progetto si strutturerà su due livelli temporali. Da un lato, il presente: le telecamere seguiranno Ancelotti durante la Coppa del Mondo con la nazionale brasiliana, restituendo il dietro le quinte di una competizione che è, da sempre, la più seguita e la più emotivamente carica del mondo del calcio. Dall’altro, la memoria: immagini e video d’archivio permetteranno di ripercorrere una carriera da allenatore che ha attraversato alcune delle società più importanti d’Europa, dal Parma alla Juventus, dal Milan al Chelsea, dal Paris Saint-Germain al Real Madrid, fino al Bayern Monaco. In panchina, Ancelotti ha vinto 26 trofei, tra cui cinque Champions League, un palmares che non ha molti paragoni nella storia recente del calcio europeo.
Prima di diventare allenatore, Ancelotti aveva vissuto il calcio da dentro, come protagonista in campo. Nato a Reggio Emilia in una famiglia di contadini, aveva giocato per Parma, Roma e Milan, raccogliendo risultati di rilievo anche da calciatore. Ma è nella gestione che ha trovato la sua dimensione più compiuta, costruendo nel tempo una reputazione fondata tanto sui risultati quanto su uno stile relazionale riconoscibile, fatto di equilibrio e capacità di gestire spogliatoi con personalità molto diverse tra loro.

Lo stesso Ancelotti ha commentato il progetto con entusiasmo dichiarato: “È un onore poter raccontare la mia storia insieme al grande Paolo Sorrentino. Ho sempre ammirato i suoi capolavori e il suo impegno nella narrazione artistica.” Parole che dicono qualcosa di interessante sul tipo di racconto che entrambi sembrano voler costruire: non una celebrazione sportiva, ma un ritratto.
Sul piano produttivo, il film nasce da una collaborazione tra Fremantle e The Apartment. Tra i produttori figurano Francesco Melzi d’Eril per MDE Films (già coinvolto in produzioni come “Suspiria”, “Bones and All” e “Call Me by Your Name”), Chloe McClay, Celia Babini e Buck Andrews per Tart Productions, e Gabriele Moratti per MeMo Films. Eric Beard di Where is Football sarà produttore esecutivo.
Vale la pena sottolineare cosa significa, sul piano culturale, che Sorrentino scelga questo formato proprio adesso. Un documentario è un linguaggio diverso dalla fiction: rinuncia al controllo totale della messa in scena e accetta l’imprevedibile del reale. Che un autore con la sua traiettoria decida di attraversare quella soglia, e lo faccia scegliendo un soggetto ancora in piena attività, con un Mondiale alle porte, suggerisce un interesse per qualcosa che va oltre la biografia celebrativa. Il calcio come materia viva, non come storia già scritta.
L’attesa, a questo punto, è doppia: quella per i risultati del Brasile in Coppa del Mondo e quella per il film che ne racconterà la storia dall’interno.
