L’8 dicembre 1980, poche ore prima di essere assassinato davanti al Dakota Building di New York, John Lennon rilasciò un’intervista radiofonica insieme a Yoko Ono. Stavano promuovendo Double Fantasy, l’album appena uscito che segnava il loro ritorno dopo cinque anni di silenzio discografico. Quella registrazione è rimasta lì, sospesa nel tempo: una voce intatta, un pensiero interrotto dal caso della storia. È da questo nastro che Steven Soderbergh costruisce John Lennon: The Last Interview, documentario presentato al Festival di Cannes 2026 nelle Séances Spéciales.
Il materiale di partenza è, nella sua essenza, puro audio. Lennon parla di musica, di famiglia, di politica e di trasformazioni culturali. Riflette sulla decostruzione del maschile, sul rapporto tra movimenti popolari e potere, sulla figura del padre al di là dei cliché patriarcali: temi che lui e Yoko vivevano come una performance quotidiana, dentro e fuori lo studio di registrazione. “Ora faccio musica per gente della mia età che ha famiglia”, dice a un certo punto, con quella lucidità disarmante che caratterizzava il suo modo di parlare in pubblico.
Soderbergh sceglie di non illustrare questa voce con immagini di archivio. Sceglie invece le animazioni generate dall’intelligenza artificiale: sequenze visivamente instabili, deliberatamente ruvide, che flirtano con l’estetica sloppy dei contenuti che saturano i feed dei social media. Neonati travestiti da hippy, uomini primitivi come simbolo del maschio da abbattere, e poi il letto del bed-in di Lennon e Ono trasformato in un monumento attorno al quale si accalcano le folle. L’effetto è straniante, quasi una parodia in acido di Yellow Submarine. Ma il senso di questa scelta va oltre la provocazione estetica.

Il documentario è realizzato in collaborazione con Meta, dettaglio che non è secondario per capire il contesto produttivo e tecnologico in cui si inserisce. Soderbergh, da sempre attratto dalla sperimentazione con gli strumenti disponibili, porta qui al limite la sua attitudine do-it-yourself: affida le immagini alla macchina, lascia che siano i prompt a generare il visivo, mette da parte il controllo autoriale nel senso tradizionale del termine.
Il risultato è un documento che parla di assenza su più livelli. Lennon non c’è fisicamente: è una voce registrata, un fantasma su nastro. L’autore sembra essersi deliberatamente eclissato, cedendo il campo all’impeto auto-generativo dell’A.I. E le immagini stesse sono oggetti riesumati dall’immaginario collettivo, rianimati dalla macchina senza che nessuno abbia tracciato un disegno definitivo. Il vuoto diventa struttura.
Questa operazione porta con sé una riflessione più ampia, forse la più densa dell’intero film: la filosofia che ha alimentato la Silicon Valley nacque dallo stesso humus culturale della California degli anni Sessanta e Settanta, la stessa generazione che aveva usato l’LSD come strumento di esplorazione interiore, di espansione della coscienza. L’idea che la tecnologia digitale potesse sostituire il trip lisergico come esperienza di attraversamento dei propri limiti percettivi è una delle grandi narrazioni fondative del mondo tech. Soderbergh la prende sul serio, la porta a conseguenze estreme: l’intelligenza artificiale come viaggio psichedelico del futuro, capace di leggere l’inconscio e generare visioni a partire da testi e musica sedimentati nella memoria individuale.

Ma con una differenza decisiva rispetto all’utopia comunitaria degli anni Sessanta: non più un’esperienza collettiva e condivisa, ma qualcosa di radicalmente personale. Un sogno per un solo fruitore alla volta.
Il documentario si chiude sulle note di God, brano del 1970 in cui Lennon elencava tutto ciò in cui non credeva più: Elvis, Dylan, i Beatles. E dichiarava di credere solo in sé stesso, in Yoko. “The dream is over”, cantava. È una chiusura che Soderbergh usa con precisione chirurgica: non come epitaffio nostalgico, ma come invito a fare i conti con ciò che resta quando il sogno collettivo si dissolve e rimane soltanto l’individuo con la sua macchina.
