Sabato 16 maggio si è rivelato, fin dalle prime ore del mattino, la giornata più densa di questa 79esima edizione del Festival di Cannes. Tre titoli in concorso per la Palma d’oro, tutti di peso specifico elevato, più un fuori concorso che da solo avrebbe retto un’intera giornata: l’ufficio programmazione del festival ha costruito un menù che ha messo a dura prova chiunque si trovasse sulla Croisette per lavoro.
I tre film presentati in concorso sono firmati da nomi che non hanno bisogno di presentazioni nel circuito dei grandi festival internazionali. Hirokazu Kore-eda porta Sheep in the Box, Rodrigo Sorogoyen presenta El ser querido e James Gray concorre con Paper Tiger. Tre approcci al cinema radicalmente diversi, tre poetiche lontane, tre culture cinematografiche che si trovano a competere nella stessa giornata: un allineamento raro che rende il 16 maggio una data già segnata nella memoria di questa edizione.
Tra i film in concorso si segnala anche Gentle Monster, diretto da Marie Kreutzer, con Léa Seydoux protagonista. Il film affronta temi di grande delicatezza, tra cui la pedofilia, la violenza maschile e le pulsioni sessuali deviate, ma l’esito complessivo delude le aspettative. Seydoux porta al ruolo la sua consueta intensità, ma il materiale che le viene offerto è monodimensionale: il film scivola in un didascalismo che appiattisce la complessità dei temi trattati, riducendosi a un’opera a tesi priva della necessaria sottigliezza. Un’occasione mancata su un terreno che avrebbe meritato ben altra attenzione narrativa.
Nella sezione Film di Mezzanotte, il regista coreano Yeon Sang-ho, già autore di Train to Busan, ha presentato Colony, uno zombie movie ambientato in un moderno grattacielo di Seoul. Il virus al centro della storia non trasforma semplicemente gli infetti in creature aggressive: permette loro di condividere informazioni attraverso una forma di intelligenza collettiva, aggiornando ogni singolo membro della “colonia” con ciò che impara qualsiasi altro. Il titolo del film non è casuale: “colonia” è, tecnicamente, un gruppo di individui della stessa specie che occupa uno stesso spazio fisico.
Il film è teso, visivamente spettacolare e costruisce una metafora abbastanza esplicita sul nostro rapporto con le reti digitali e la comunicazione di massa. Le creature, fisicamente molto lontane dal classico immaginario dello zombie lento e goffo, si muovono con la fluidità di ginnasti e danzatori di breakdance, rendendo le sequenze d’azione esteticamente originali. Colony diverte e convince, pur senza essere del tutto coerente nel giudizio che formula sulla tecnologia: da un lato la intelligenza collettiva è la minaccia, dall’altro è proprio la comunicazione condivisa, quella tra esseri umani, a offrire possibilità di sopravvivenza. Yeon sembra voler dire che per salvarsi occorre il coraggio di restare individui in un sistema che tende ad annullarli.

Il fuori concorso più atteso della giornata è il documentario di Steven Soderbergh su John Lennon, presentato come Special Screening. John Lennon: The Last Interview ricostruisce l’intervista che Lennon e Yoko Ono rilasciarono la mattina dell’8 dicembre 1980 a tre giornalisti radiofonici, poche ore prima che il musicista venisse ucciso da Mark David Chapman davanti al Dakota Building di New York.
L’occasione era la pubblicazione di Double Fantasy, album pensato come racconto della loro relazione di coppia e, più in generale, come riflessione sul maschile e sul femminile dopo i sogni degli anni Sessanta e le disillusioni del decennio successivo. Soderbergh usa l’audio originale di quella conversazione, lo intreccia con brevi dichiarazioni dei tre giornalisti presenti e costruisce un tappeto visivo fatto di immagini d’archivio e sequenze generate con intelligenza artificiale. Il risultato non è un’opera cinematografica particolarmente ambiziosa sul piano formale, ma la forza del materiale originale è tale da rendere il documentario imprescindibile per chiunque voglia capire il Lennon degli ultimi anni, il suo pensiero sulla famiglia, la politica, la musica e la vita. Le sue parole, pronunciate con una generosità e una sincerità rare, hanno una risonanza particolare sapendo come quelle ore si sarebbero concluse.
La serata ha riservato anche un momento inatteso sul fronte del red carpet. John Travolta è tornato sulla Croisette per presentare la sua opera prima da regista, Propeller One-Way Night Coach, adattamento del romanzo omonimo che l’attore aveva pubblicato nel 1997. Il film uscirà in Italia con il titolo Volo notturno per Los Angeles, disponibile su Apple TV+ dal 29 maggio. Con lui sul tappeto rosso c’era anche sua figlia Ella Bleu Travolta, che fa parte del cast.
A sorpresa, durante le celebrazioni legate alla sua presenza al festival, Travolta ha ricevuto la Palma d’oro onoraria, riconoscimento che il festival riserva a personalità il cui contributo al cinema mondiale è ritenuto degno di una celebrazione straordinaria.
Una giornata che, sulla carta, aveva già tutto per essere memorabile. Sulla Croisette, come spesso accade, la realtà ha rispettato le aspettative.
