Ann Lee non è un nome che si trova facilmente nei libri di storia. Eppure ha fondato una comunità religiosa, predicato l’uguaglianza di genere in un’epoca in cui quella parola non esisteva nemmeno, e guidato migliaia di persone verso un ideale di società alternativa. Mona Fastvold lo sapeva. Ed è partita da quel vuoto, da quella rimozione, per costruire un film che non somiglia a niente di quello che il cinema religioso ci ha abituato a vedere.
Il testamento di Ann Lee arriva su Disney+ il 20 maggio, distribuito da Searchlight Pictures, e vale la pena arrivarci preparati.
Il film racconta la storia della fondatrice del movimento degli Shakers, una setta protestante nata nel Settecento che professava la castità, il lavoro comunitario e, soprattutto, una visione radicalmente paritaria tra uomini e donne. Ann Lee ne era la guida carismatica, la voce, il centro di gravità. Fastvold la definisce una “leader religiosa femminista ribelle”, e quella definizione non è retorica: è una bussola narrativa.
Il film non è una biografia nel senso convenzionale. Non segue una cronologia rassicurante, non spiega, non illustra. Cattura, invece. Cattura l’estasi e il tormento di chi si è convinta di avere una missione, e ha pagato il prezzo di quella convinzione con il corpo, con i rapporti, con la vita intera.

Quello che colpisce di Amanda Seyfried in questo ruolo è la qualità del silenzio. Ann Lee non ha bisogno di urlare per occupare lo spazio. Seyfried costruisce il personaggio per sottrazione: c’è una tensione costante tra la visione interiore e il mondo esterno che non vuole riconoscerla, tra la certezza della fede e la solitudine di chi guida senza potersi mai fermare.
Non si tratta di un’interpretazione costruita sulla performance emotiva. È qualcosa di più sottile: Ann Lee è una donna che porta il peso della propria missione come se fosse fisicamente ancorato alle spalle, e Seyfried lo mostra senza mai spiegarci cosa stiamo guardando. Ci lascia dentro alla scena, a cercare noi stessi la distanza tra la profeta e la persona.
La nomination ai Golden Globe come Migliore Attrice in un Film Musical o Comedy è una di quelle categorizzazioni dell’industria che non aiutano la comprensione dell’opera. Non aspettatevi commedia. Aspettatevi qualcosa di più difficile da incasellare.
Mona Fastvold e Brady Corbet si conoscono bene, artisticamente. Il loro modo di costruire la sceneggiatura di Il testamento di Ann Lee riflette un approccio comune: la storia non si consegna al pubblico, lo costringe a stare in piedi da solo dentro alla narrazione. I dialoghi non spiegano le motivazioni dei personaggi. Le motivazioni emergono dal contesto, dalla pressione degli eventi, dagli sguardi.

Quello che la struttura narrativa fa con grande rigore è mantenere Ann Lee sempre al centro senza renderla mai un’icona piatta. È un essere umano in conflitto: con la sua epoca, con la Chiesa, con chi la ama e con chi la teme. Thomasin McKenzie, Lewis Pullman e Stacy Martin la affiancano in un cast che non cerca il protagonismo, ma costruisce il tessuto relazionale attorno a lei con precisione.
Gli inni degli Shakers, reinterpretati e integrati nel racconto, non sono un artificio decorativo. Sono parte della drammaturgia. La musica in questo film non accompagna: struttura, divide, punteggia i momenti di estasi e quelli di crollo. Quando il canto emerge, cambia il ritmo della narrazione intera.
Sarebbe comodo leggere Il testamento di Ann Lee come un film sul femminismo storico. È anche questo, certo. Ma quello che Fastvold mette in scena è qualcosa di più scomodo: una riflessione sul costo del visionarismo, sulla violenza gentile che le istituzioni esercitano su chi prova a immaginare un ordine diverso.
Ann Lee non viene perseguitata in modo esplicito e brutale, almeno non solo. Viene ignorata, ridimensionata, svuotata di autorevolezza dagli strumenti più quotidiani del potere. E quello che il film sembra voler dire è che quella rimozione non è un incidente della storia: è un meccanismo. È quello che succede a chi disturba l’ordine senza avere abbastanza potere formale per imporsi.

In un momento in cui il dibattito sul ruolo delle donne nelle istituzioni religiose, politiche e culturali è tutt’altro che risolto, questa storia ha un’urgenza che non ha bisogno di essere sottolineata. Il film la lascia emergere da sola.
Con un punteggio dell’86% su Rotten Tomatoes e una ricezione solida nei festival cinematografici, Il testamento di Ann Lee ha già trovato il suo pubblico critico. Ma sarebbe riduttivo consigliarlo come “film da festival”: ha una forza visiva e narrativa che funziona anche per chi non ha familiarità con quel circuito.
Quello che manca, forse, è una certa accessibilità emotiva nei momenti chiave. Il film sceglie quasi sempre la reticenza rispetto all’apertura, e ci sono passaggi in cui quella scelta produce distanza invece che profondità. Non è un difetto grave, ma è una resistenza reale che il pubblico deve essere disposto ad accettare.
Detto questo: Ann Lee meritava di essere ricordata. Fastvold ha deciso di farlo attraverso il cinema, con un film che non la celebra ma la abita. E quella differenza, alla fine, è tutto.












