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Portobello di Bellocchio è la Serie dell’anno e vince i Nastri d’Argento

Portobello di Marco Bellocchio, con Fabrizio Gifuni nei panni di Enzo Tortora, vince il premio Serie dell'anno ai Nastri d'Argento Grandi Serie 2026.

by Valeria Bernardo

Marco Bellocchio non ha mai fatto le cose a metà. E quando un regista della sua statura decide di entrare nel territorio della serialità televisiva, il risultato non è mai neutro: è o un’occasione mancata o una ridefinizione del formato. Con Portobello, quello che emerge con chiarezza fin dalle prime sequenze è che siamo nel secondo caso. Il riconoscimento come Serie dell’anno 2026 da parte dei Giornalisti Cinematografici Italiani non è una sorpresa; è, semmai, una conferma di qualcosa che chi ha seguito la serie sapeva già: che Portobello non assomiglia a niente di quello che la televisione italiana ha prodotto prima.

Enzo Tortora era uno degli uomini più amati dagli italiani. Conduttore, giornalista, volto della Rai che incarnava una certa idea di televisione pubblica: accessibile, colta, affidabile. Poi, nel 1983, l’arresto. Le accuse di associazione camorristica e traffico di droga. Il processo mediatico che lo travolse prima ancora che si aprisse quello giudiziario. La condanna. E infine, dopo anni di battaglia, l’assoluzione. Una storia di errore giudiziario clamoroso, di giustizia che arranca e di un uomo che non si piega, ma che nel frattempo viene consumato dall’ingiustizia stessa.

Bellocchio sceglie questa storia non per celebrare un martire, e questo è il primo gesto di intelligenza narrativa. La sceglie perché dentro la vicenda di Tortora c’è l’Italia intera: i suoi meccanismi di potere, la sua relazione malata con la giustizia, il ruolo dei media nell’orientare l’opinione pubblica, la violenza silenziosa del sospetto trasformato in sentenza collettiva. Portobello non è un documentario mascherato da fiction. È un’opera che usa i fatti storici come materiale grezzo per costruire qualcosa che parla al presente.

Quello che Fabrizio Gifuni fa in questa serie non si descrive con gli strumenti ordinari della critica televisiva. Gifuni non “interpreta” Tortora nel senso convenzionale del termine: non si limita a riprodurne i gesti, la voce, il portamento. Quello che costruisce è un interno. Tortora, nella sua lettura, è un uomo che ha passato la vita a credere nelle istituzioni, nel diritto, nella correttezza delle procedure, e che si trova a fare i conti con il fatto che quelle stesse istituzioni lo stanno distruggendo. La dignità con cui il personaggio affronta la propria umiliazione pubblica non è stoicismo di facciata: è la resistenza di chi non ha altro strumento che la propria coerenza.

Quello che colpisce è la scelta di non renderlo mai vittima compiaciuta. Tortora, nella serie, ha debolezze, momenti di cedimento, slanci di rabbia che poi vengono repressi. Gifuni lavora sulle crepe, non sulla statua. E proprio per questo il personaggio respira.

Il cast attorno a lui è costruito con la stessa cura. Lino Musella porta una presenza che bilancia senza mai schiacciare. Barbora Bobulova e Romana Maggiora Vergano abitano spazi narrativi diversi ma entrambi necessari alla mappa emotiva della serie. Alessandro Preziosi, in un ruolo che richiede ambiguità morale, non scivola mai nel cliché del villain esplicito: lascia che sia lo spettatore a completare il giudizio.

Bellocchio ha scritto la serie insieme a Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore. È una collaborazione che si sente, nel senso buono: la struttura narrativa ha la solidità architettonica tipica di Bises, capace di costruire drammi corali senza perdere il filo dei singoli personaggi, e insieme porta la marca autoriale di Bellocchio, quella tensione verso il gesto simbolico, verso il momento in cui la realtà si piega e rivela qualcosa di più vasto di sé.

I dialoghi non concedono nulla al realismo pigro. Non sentiremo mai Tortora spiegarsi come farebbe un personaggio di una serie procedurale americana. Ogni conversazione è carica di quello che non viene detto, di quello che entrambi gli interlocutori sanno ma non possono o non vogliono nominare. Questa è televisione che si fida dello spettatore. Una fiducia rara.

La struttura episodica, invece di frammentare la tensione, la accumula. Ogni puntata aggiunge uno strato al ritratto dell’Italia degli anni Ottanta, senza nostalgia e senza il compiacimento del “guardate com’eravamo”. Quella stagione viene mostrata nella sua complessità: i fermenti culturali, la televisione come spazio di potere, la politica come teatro e come macchina, la magistratura come istituzione in piena crisi identitaria.

Portobello non vuole essere un pamphlet sulla giustizia italiana. Ma chi guarda non può fare a meno di chiedersi quanto di quella storia sia davvero storia e quanto invece sia ancora presente. Il meccanismo della colpevolizzazione pubblica che precede ogni verdetto, il ruolo dell’informazione nel formare o deformare l’opinione, la solitudine di chi si trova a difendersi da un’accusa percepita come già dimostrata prima ancora di essere giudicata: sono dinamiche che non appartengono solo al passato.

Bellocchio non le esplicita. Non mette in scena un processo alla contemporaneità. Lascia che sia la storia stessa, raccontata con questa precisione, a fare il lavoro. È la scelta più difficile e, probabilmente, la più onesta.

La fotografia di Francesco Di Giacomo costruisce un mondo visivamente preciso senza cedere al feticismo del “period drama”: non c’è compiacimento estetico per se stesso, ma ogni scelta cromatica e compositiva racconta qualcosa. Le musiche di Teho Teardo non commentano le scene: le attraversano. I costumi di Daria Calvelli e le scenografie di Andrea Castorina completano un sistema visivo coerente, mai decorativo.

I Nastri d’Argento Grandi Serie non sono un premio di consolazione per chi non va a Cannes. Sono uno degli specchi più affidabili di come la critica italiana legge la produzione seriale nazionale. Che Portobello vinca questo premio nel 2026 dice qualcosa di preciso: che la serialità italiana, quando funziona davvero, non deve inseguire i modelli anglosassoni né nascondersi dietro il comfort del prodotto di genere. Può permettersi di essere adulta, scomoda, formalmente ambiziosa.

Che sia la prima serie italiana HBO Original è un dato industriale che merita una riflessione. Portobello nasce da una coproduzione complessa, con Our Films, Kavac Film, Rai Fiction e The Apartment, ed è disponibile su HBO Max. Questo significa che una storia profondamente italiana, fatta di politica, giustizia e televisione pubblica, ha trovato una distribuzione internazionale senza dover snaturarsi. È il segno che quando il prodotto ha una voce propria, non ha bisogno di tradursi in qualcos’altro per essere compreso.

La premiazione a Napoli il 6 giugno chiude un percorso cominciato a Venezia, dove Portobello era presente fuori concorso alla 82ª Mostra. Un percorso che conferma: Bellocchio non ha fatto televisione. Ha fatto Bellocchio, in televisione. Ed è esattamente questo il punto.

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