Quello che colpisce, guardando “Margo ha problemi di soldi”, non è la somma dei nomi in locandina, per quanto straordinaria. È che quella somma non schiaccia niente. Non c’è il peso del divo che occupa il centro del quadro e lascia gli altri a fare da cornice. Qui ogni pezzo trova il suo posto, e il risultato è una serie che funziona proprio dove molte altre con cast altrettanto brillanti hanno fallito: nell’essere umana, prima ancora che ambiziosa.
Apple TV ha annunciato il rinnovo per una seconda stagione, e la notizia arriva mentre la prima si avvicina al suo finale, previsto per il 20 maggio. È il momento giusto per ragionare su cosa ha reso questa serie qualcosa di più di una scommessa riuscita.
Margo è una ragazza che ha abbandonato l’università, ha un neonato, una montagna di debiti e pochissime vie d’uscita. Vuole fare la scrittrice. Sua madre ha servito birra in un locale a tema. Suo padre ha fatto il wrestler. La famiglia, insomma, non è esattamente il quadro rassicurante su cui costruire sogni letterari.
Eppure “Margo ha problemi di soldi”, tratta dall’omonimo romanzo di Rufi Thorpe e adattata da David E. Kelley, non è una storia di riscatto nel senso hollywoodiano del termine. Non promette una scalata verso la luce. Preferisce stare dentro il caos, guardarlo negli occhi e trovare lì dentro qualcosa che assomiglia alla vita vera: il momento in cui una persona capisce che farcela non significa diventare un’altra persona, ma imparare a essere se stessa con più coraggio.

Margo non è un personaggio facile da abitare. È contraddittoria, a tratti autodistruttiva, capace di prendere decisioni sbagliate con una lucidità che fa male. Elle Fanning non la addolcisce per renderla più digeribile. Non cerca la simpatia del pubblico: la costruisce attraverso la vulnerabilità, attraverso quei momenti in cui Margo non sa cosa dire e lo sappiamo anche noi che non sa cosa dire, e in quel silenzio c’è tutta la distanza tra chi vorrebbe essere e chi riesce ad essere.
È una performance che lavora in sottrazione. Fanning toglie, dove molti attori aggiungerebbero. E il risultato è che Margo respira.
Michelle Pfeiffer porta sullo schermo una madre che non è mai stata quello che avrebbe voluto essere, e che ha imparato a conviverci senza smettere del tutto di volere qualcosa di diverso. È nei piccoli gesti, in certe pause tra una battuta e l’altra, che il personaggio rivela la sua complessità: non è la madre assente da manuale, né quella che si sacrifica per redenzione narrativa. È qualcosa di più scomodo e più reale.
Nick Offerman, dal canto suo, porta nel ruolo del padre ex wrestler una fisicità che non è mai solo comica. Il suo personaggio è un uomo che ha fatto del suo corpo un mestiere, e ora quel corpo è invecchiato e il mestiere è finito, e lui non sa bene cosa fare di sé stesso. La serie lo tratta con una generosità rara: non lo usa come macchietta, non lo riduce a spalla comica. Gli concede spessore.
Il merito maggiore di David E. Kelley, che firma la sceneggiatura e ha la funzione di showrunner, è aver capito che il romanzo di Rufi Thorpe non andava addomesticato. Andava tradotto, il che è un’operazione diversa e più difficile. Kelley sceglie di mantenere l’ironia tagliente del testo originale senza trasformarla in umorismo da situazione. I dialoghi hanno una precisione quasi chirurgica: dicono quello che devono dire, e spesso dicono altro nell’interstizio.

La struttura narrativa della prima stagione tiene insieme il dramma e la commedia senza che l’uno prevalga sull’altro, un equilibrio che sulla carta sembra semplice e in pratica è rarissimo. Quando la serie trova il punto esatto in cui ridere e fare male allo stesso tempo, è capace di colpire in modo che resta.
Sotto la superficie di una storia familiare con debiti da pagare e sogni da inseguire, “Margo ha problemi di soldi” parla di qualcosa che il presente conosce bene: la distanza tra ciò che una generazione si aspettava dalla vita e ciò che la vita ha effettivamente consegnato. Margo è cresciuta in un paese che le ha detto che poteva diventare chiunque, e ora si ritrova a non riuscire a diventare nemmeno se stessa. Non è una critica sociale urlata. È qualcosa di più sottile e più efficace: è la fotografia di una condizione.
In questo senso, la serie si guadagna una lettura che va oltre l’intrattenimento di qualità. Non propone soluzioni. Propone uno sguardo.
Il rinnovo non è una sorpresa, considerando l’accoglienza critica e il favore del pubblico. Ma è una buona notizia per ragioni precise. La prima stagione ha costruito un universo di personaggi che non si esaurisce in una sola corsa narrativa. Margo ha ancora molto da attraversare, e la serie ha dimostrato di avere gli strumenti per accompagnarla senza tradirla.

Eva Anderson entra come co-showrunner nella seconda stagione, e questo suggerisce una continuità nel tono con una voce in più nel processo creativo: una scelta che può aprire prospettive nuove senza rompere quello che già funziona.
Quello che si spera è che la serie abbia il coraggio di non rammorbidirsi. Margo è un personaggio che funziona perché non è comoda. Se la seconda stagione la tratterà con la stessa onestà della prima, avremo una delle serie italiane da vedere, qualunque sia l’anno.
Nel frattempo, il finale della prima stagione arriva il 20 maggio su Apple TV. Vale la pena arrivarci.












