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Isabella Rossellini un’icona che non ha mai smesso di rischiare

A Locarno79 l'Excellence Award celebra una carriera che ha fatto dell'imprevedibilità un metodo e dell'audacia una firma.

by Mauro Terrone

Alcuni premi arrivano per chiudere un cerchio. Quello che il Locarno Film Festival consegnerà a Isabella Rossellini nella serata inaugurale della sua 79esima edizione, mercoledì 5 agosto 2026, somiglia più all’apertura di una conversazione lunga e necessaria. L’Excellence Award, con la sua storia di nomi capaci di ridefinire il senso stesso della recitazione, trova in lei una destinataria che non si è mai limitata a occupare un ruolo: lo ha sempre abitato, trasformato, a volte sovvertito.

Parlare di Isabella Rossellini significa fare i conti con una carriera che sfugge a qualsiasi tentativo di catalogazione ordinata. Non perché sia caotica, ma perché ogni scelta sembra obbedire a una logica interna difficile da imitare: quella di chi non considera la coerenza commerciale un valore in sé, e vede invece nella discontinuità un modo per restare onesta.

Il peso del cognome è una delle narrazioni più facili da applicare a Isabella Rossellini, figlia di Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. Ed è anche la narrazione più riduttiva. Certo, quella discendenza porta con sé una densità di storia cinematografica che pochi possono vantare; ma quello che colpisce, guardando l’arco della sua carriera, è come Rossellini abbia scelto di non abitare quella storia come un privilegio, bensì come una responsabilità verso qualcosa di più ampio: la possibilità di fare del cinema un luogo di verità scomoda.

L’interpretazione di Dorothy Vallens in “Blue Velvet” di David Lynch, nel 1986, rimane uno dei momenti più radicali della sua carriera, e non soltanto per la qualità della performance. Dorothy è un personaggio che mette alla prova chiunque la incontri, sullo schermo e nella vita. Rossellini la porta in una zona in cui fascino e fragilità non si contrappongono, ma si alimentano a vicenda, costruendo qualcosa che assomiglia a una verità psicologica difficile da guardare. Non è il coraggio di spogliarsi: è il coraggio di mostrare una donna intrappolata senza ridurla né a vittima né a simbolo.

Quel film ha fissato un’immagine. Ma Rossellini non ha mai accettato che un’immagine, per quanto potente, diventasse una prigione.

Nei decenni successivi, Rossellini ha attraversato generi, autori e formati con una curiosità che non somiglia alla dispersione ma all’intelligenza di chi sa che il cinema è fatto di molti linguaggi, e li vuole conoscere tutti. Ha lavorato con Robert Zemeckis e con Guy Maddin, con Taylor Hackford e con i fratelli Taviani, con David O. Russell e con Marjane Satrapi. Ogni collaborazione ha restituito una versione di sé calibrata sulla visione dell’altro, senza che questo significasse rinunciare a una presenza riconoscibile.

Il ritorno prepotente in anni recenti è stato tutt’altro che un coda retrospettiva. In “La Chimera” di Alice Rohrwacher, nel 2023, Rossellini costruisce un personaggio che appartiene a quel cinema italiano capace di mescolare il reale e il visionario senza mai perdere il filo della carne e della terra. L’anno dopo, in “Conclave” di Edward Berger, offre una performance che le vale una candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista: un riconoscimento che arriva quasi di sorpresa, come se l’industria si fosse accorta all’improvviso che lei era lì, da sempre, a fare esattamente quello che andava fatto.

Uno degli aspetti più affascinanti di questa carriera è la “web series” “Green Porno”, realizzata tra il 2008 e il 2009, che Rossellini presenterà anche a Locarno insieme a una selezione di cortometraggi. In quei brevi film, Rossellini interpreta in costume i rituali di accoppiamento degli animali con una vena comica irresistibile e una precisione scientifica che non esclude l’ironia ma la usa come strumento di conoscenza.

È un progetto che dice molte cose sulla sua personalità artistica: la disponibilità a sembrare ridicola in nome di qualcosa che la appassiona davvero; la capacità di fare divulgazione senza rinunciare alla forma; il rifiuto di separare il pensiero dal gioco. Rossellini ha conseguito un master in Comportamento animale e Conservazione all’Hunter College di New York, e questo non è un dettaglio biografico secondario: è la prova che l’interesse per il mondo naturale non è una posa, ma una dimensione autentica della sua intelligenza.

I cortometraggi che accompagneranno “Green Porno” a Locarno, da “My Dad is 100 Years Old” di Guy Maddin fino ai più recenti lavori co-diretti con Paul David Magid, compongono un autoritratto indiretto di qualcuno che ha sempre scelto la forma breve come laboratorio, non come ripiego.

L’Excellence Award di Locarno ha una storia lunga e un elenco di destinatari che racconta molto su cosa il Festival considera eccellenza: non la perfezione tecnica, non il successo di botteghino, ma quella qualità rara di chi ha lasciato qualcosa nel cinema che non esisteva prima di loro. Susan Sarandon, Willem Dafoe, Isabelle Huppert, Charlotte Rampling, Song Kang-Ho: nomi che non si limitano a recitare, ma che portano dentro ogni lavoro una visione del mondo.

Isabella Rossellini appartiene a questa categoria con pieno diritto. Quello che colpisce, leggendo le parole del direttore artistico Giona A. Nazzaro, è l’uso del termine “anticonformista in modo giocoso”: una formula che cattura qualcosa di essenziale. L’anticonformismo di Rossellini non è mai stato ostentato, mai costruito come postura. È nato da scelte concrete, spesso silenziose, capaci di stupire proprio perché non cercavano di stupire.

La conversazione aperta al pubblico che la vedrà protagonista a Locarno promette di essere uno di quegli incontri in cui la persona supera il personaggio, senza per questo diminuirlo. Rossellini ha sempre avuto molto da dire, e lo ha detto in molti modi: attraverso i ruoli, i progetti scientifici, i cortometraggi, le interviste. Riunire tutto questo in un’unica cornice festivaliera è un modo per restituire al pubblico la misura di una carriera che non ha ancora smesso di sorprendere.

In un panorama cinematografico in cui la coerenza di marchio viene spesso scambiata per integrità artistica, Rossellini ricorda che la vera fedeltà è quella verso la propria curiosità. E che a volte l’atto più radicale è semplicemente rifiutarsi di essere prevedibili.

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