Un cucciolo muore nel giro di cinque minuti. Non è un dettaglio marginale: è una scelta narrativa che dice tutto su The Punisher: One Last Kill, lo special da quarantacinque minuti disponibile su Disney+ che segna il ritorno di Jon Bernthal nei panni di Frank Castle. Il mondo è cattivo, la vita è crudele, e il Punisher è l’unica risposta possibile. Questo è, in sintesi, l’unico messaggio che lo speciale riesce a consegnare con coerenza. Il problema non è l’intenzione. Il problema è la totale assenza di profondità con cui quell’intenzione viene eseguita.
Una trama che esiste solo per giustificare le sparatorie
Lo special si apre con Frank Castle alle prese con i resti della famiglia criminale Gnucci, già decimata dalle sue azioni precedenti. Il vuoto di potere lasciato dalla sua vendetta ha seminato caos per le strade, e lui tenta, per una volta, di fermarsi: chiude le armi, ascolta i fantasmi del passato, cerca qualcosa che assomigli a una vita. Le visioni del suo vecchio commilitone Curtis Hoyle (interpretato da Jason R. Moore, che riprende il ruolo dalla serie Netflix) e i ricordi della famiglia perduta costruiscono un accenno di introspezione che viene però rapidamente abbandonato.
Quando la matriarca Ma Gnucci, interpretata da Judith Light, irrompe sulla scena per dichiarare guerra a Castle, il primo atto si chiude. E con esso, ogni ambizione narrativa dello speciale.
Il secondo atto, che occupa circa venti minuti su quarantacinque, è essenzialmente una sequenza di combattimenti all’interno del palazzo di appartamenti di Frank. Ci sono accenni tematici: la perdita della famiglia di Castle messa in parallelo con quella di Ma Gnucci, il trattamento riservato ai veterani dal sistema americano. Spunti che meriterebbero attenzione e che invece vengono sfiorati appena, sacrificati sull’altare di una violenza che non riesce neppure a essere spettacolare.
L’azione che non convince, e le colpe condivise
Le sequenze d’azione, paradossalmente, sono tra le debolezze più evidenti dello special. Nonostante il lavoro degli stuntmen e dei coordinatori, la regia di Reinaldo Marcus Green tradisce un approccio visivo che fatica a trasformare il caos in cinema. Le riprese sono instabili senza che quella instabilità serva a trasmettere tensione, i movimenti di macchina non comunicano la brutalità del personaggio in modo organico, e alcune scelte musicali, tra cui un needle drop degli Hatebreed, sembrano uscite da una produzione televisiva di vent’anni fa piuttosto che da un prodotto Marvel del 2026.

Jon Bernthal condivide i credits di scrittura e produzione con Green, il che significa che la responsabilità delle scelte è distribuita. Bernthal è, come sempre, fisicamente e emotivamente totale nella parte: ogni grammo di tensione muscolare, ogni sguardo spento è autentico. Ma il personaggio che ha costruito, o che gli è stato consegnato, non va oltre il binomio “triste e arrabbiato”. I dialoghi di Frank Castle in One Last Kill sono prevalentemente grugniti e urla, con un registro d’intensità che si brucia da solo nei primissimi minuti, lasciando il resto dello speciale senza variazioni di tono.
Judith Light, e un film diverso che non vedremo mai
C’è un momento, breve ma significativo, in cui One Last Kill smette involontariamente di prendersi sul serio. Succede quando Judith Light entra in scena come Ma Gnucci: la sua performance è sopra le righe, consapevolmente teatrale, quasi ironica nel modo in cui mastica il cattivume del personaggio. Per qualche istante, lo speciale diventa qualcosa di diverso, quasi un camp macho con una propria voce. Poi torna a fare sul serio, e quel momento passa.
È uno dei tanti segnali che One Last Kill avrebbe potuto essere qualcosa di più se avesse scelto una direzione con maggiore convinzione: o il dramma umano sul veterano consumato dal trauma, o la satira violenta e sopra le righe, o anche solo un action movie con la coreografia necessaria a sostenere le sue ambizioni. Invece galleggia tra queste possibilità senza aggrapparsi a nessuna.
Il contesto MCU e i rimandi al passato Netflix
Lo speciale esiste in una sorta di bolla: Frank Castle si muove in un mondo senza Avengers, senza le grandi strutture del Marvel Cinematic Universe. È un’operazione narrativamente autonoma, che richiede poco o nessun homework pregresso, il che è in linea con una certa direzione che Marvel sembra stia esplorando con i suoi contenuti su Disney+. Ci sono riferimenti alla continuità Netflix: oltre a Moore nei panni di Hoyle, appare anche Deborah Ann Woll nel ruolo di Karen Page, figura già legata al Daredevil di quella stagione.

Questi elementi funzionano come segnali di rispetto verso chi ha seguito quella stagione televisiva, ma non riescono a compensare le fragilità strutturali dello speciale.
Vale anche la pena segnalare che One Last Kill non è un punto d’arrivo: Frank Castle è atteso nel film Spider-Man: Brand New Day, previsto per luglio. Lo speciale avrebbe potuto essere un’occasione per costruire e approfondire il personaggio in vista di quel confronto. Non è andata così.
Una violenza che si esaurisce da sola
Quello che resta, alla fine dei quarantacinque minuti, è uno speciale che dimostra come Marvel sia tecnicamente in grado di raccontare storie con toni cupi e adulti, lontani dalla leggerezza colorata del suo universo principale. È un merito reale, e non va ignorato. Ma la cupezza, da sola, non è sufficiente. Senza personaggi che respirino, senza una riflessione seria sulle implicazioni di un eroe che trova senso solo nell’eliminare i nemici di una comunità definita, senza una regia capace di fare della violenza qualcosa di più di un rumore di fondo, The Punisher: One Last Kill rimane uno speciale che parla molto forte senza avere nulla di preciso da dire.
Jon Bernthal e il personaggio che interpreta meritano uno spazio migliore. I veterani di cui lo speciale vorrebbe raccontare le storie, ancora di più.
Scheda tecnica
Cast principale
- Jon Bernthal – Frank Castle / The Punisher
- Judith Light – Ma Gnucci
- Jason R. Moore – Curtis Hoyle
