Ci sono storie sportive che restano cronaca e altre che diventano materia da romanzo. La finale di Coppa Davis del 1976, giocata a Santiago del Cile mentre l’Italia si lacerava sull’opportunità stessa di scendere in campo, appartiene alla seconda categoria. E il fatto che a raccontarla sul grande schermo siano i Manetti bros, su una sceneggiatura di Silvio Muccino, prodotta da Italian International Film con Rai Cinema in associazione con Mompracem, lascia immaginare un’operazione che ha tutte le carte per andare oltre il film celebrativo.
La ballata della Coppa Davis, questo il titolo provvisorio annunciato da Fulvio e Federica Lucisano, arriva in occasione del cinquantesimo anniversario dell’impresa. Una tempistica che pesa, perché un anniversario può essere un’occasione per fare cassa con la memoria oppure per riaprire un capitolo che il Paese non ha mai veramente elaborato.
La trama, almeno nelle linee tracciate dalla produzione, intreccia tre piani. Il primo è quello sportivo: l’anno d’oro di Adriano Panatta, primo italiano a vincere consecutivamente gli Internazionali di Roma e il Roland Garros, e la corsa della squadra azzurra verso una vittoria senza precedenti nel tennis italiano. Il secondo è quello politico: l’Italia degli anni di piombo, il dibattito acceso sull’opportunità di disputare una finale nel Cile della dittatura di Pinochet, il Partito Comunista contrario alla trasferta, l’opinione pubblica spaccata. Il terzo è quello umano: un uomo, di cui la sinossi diffusa non rivela il nome ma che dovrebbe avere un ruolo chiave nella trattativa, disposto a rischiare tutto per portare la squadra in campo.
La scelta di affidare la regia ai Manetti bros è il dato più interessante dell’operazione. Marco e Antonio Manetti hanno costruito una filmografia che si muove tra il genere e il racconto popolare, dimostrando di saper maneggiare con disinvoltura epoche storiche, codici melodrammatici e personaggi più grandi del vero senza scivolare nell’agiografia. Una storia che mescola sport, ideologia e thriller politico ha bisogno esattamente di questo: di uno sguardo che sappia tenere insieme il respiro epico e l’attenzione al dettaglio quotidiano, senza appiattirsi sul biopic devozionale.

La sceneggiatura di Silvio Muccino è l’altro elemento che andrà valutato sul campo. Scrivere un film su Panatta significa confrontarsi con un mito già scolpito nell’immaginario italiano, con frasi diventate proverbiali e con un protagonista la cui personalità ha sempre rifiutato il bronzo della retorica. La domanda vera è se il copione riuscirà a restituire la complessità di quella squadra, dove accanto a Panatta c’erano Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, e di un capitano come Nicola Pietrangeli che dirigeva un gruppo dalle dinamiche tutt’altro che semplici.
Il sottotesto, però, è quello che potrebbe rendere il film davvero rilevante. Perché la finale di Santiago non è solo una pagina di storia sportiva: è uno dei rari momenti in cui lo sport italiano è stato costretto a fare i conti con la politica internazionale, con la propria coscienza, con il significato stesso del giocare. La maglia rossa indossata dagli azzurri in campo, gesto su cui si è discusso per decenni, resta il simbolo di un equilibrio difficile tra la volontà di vincere e quella di non dimenticare dove si stava giocando.
Quel dilemma, oggi, parla un linguaggio che riconosciamo. Le polemiche sui grandi eventi sportivi ospitati da regimi autoritari, il dibattito sul boicottaggio, la pressione che i giocatori subiscono quando lo sport diventa terreno geopolitico: tutto questo era già lì, nel 1976, condensato in una serie di partite di tennis. Se La ballata della Coppa Davis riuscirà a far emergere questa attualità senza forzature didascaliche, allora avrà fatto centro.
Restano molte incognite. Il cast non è stato ancora annunciato, e trovare gli interpreti giusti per Panatta e compagni sarà una delle scelte più delicate. Il rischio di un tono troppo nostalgico esiste sempre quando si rievoca un’epoca diventata mitologia. Ma le premesse, sulla carta, sono di quelle che fanno sperare in un film capace di restituire alla vicenda il suo peso politico e umano, senza ridurla alla cartolina di un’estate vittoriosa.
Aspettiamo di vedere la prima immagine, il primo annuncio di cast, il primo teaser. Per ora, l’idea che una delle pagine più contraddittorie e affascinanti dello sport italiano stia per diventare cinema, nelle mani giuste, è già una notizia che vale la pena seguire.












