Home MusicaDa Achtung Baby a Pop: il decennio in cui gli U2 si reinventarono

Da Achtung Baby a Pop: il decennio in cui gli U2 si reinventarono

Tre dischi, un decennio di trasformazione radicale: la classifica degli album in studio degli U2 pubblicati negli anni Novanta.

by Grazia Caporale

Quando gli anni Novanta iniziarono, gli U2 erano già considerati una delle band più grandi al mondo. Il successo planetario di The Joshua Tree e la successiva avventura di Rattle and Hum avevano costruito un’immagine precisa, quasi mitologica: quella di quattro ragazzi irlandesi con una coscienza politica acuta e un suono epico, lanciato verso le praterie americane. Proprio quella immagine, Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. decisero di distruggere.

La scelta fu coraggiosa quanto controcorrente: trasferirsi nella Berlino appena riunificata, respirare l’aria della club culture europea, assorbire i suoni dell’elettronica industriale e restituirli al pubblico in una forma che pochi si aspettavano. Quello che ne seguì è considerato uno dei rebranding artistici più riusciti nella storia della musica pop. In un intero decennio, la band pubblicò soltanto tre album in studio: eppure quei tre dischi bastano a raccontare una parabola completa, fatta di coraggio, sperimentazione e qualche inciampo creativo.

Ecco la classifica, dal meno al più riuscito.


  1. Pop (1997)

Pop arrivò in un momento di mercato particolarmente affollato: il grunge stava esaurendo la sua spinta, il brit-pop era al culmine e la musica elettronica si stava progressivamente infiltrando nel mainstream. Gli U2 cercarono di intercettare tutte queste correnti contemporaneamente, con risultati discontinui.

Il disco segna il primo utilizzo vero e proprio da parte della band di campionamenti, loop, drum machine programmate e sequencer. “Discotheque” è una traccia da dancefloor con un riff di chitarra riconoscibile, arrivata al numero 10 della Billboard Hot 100 e in cima alle classifiche Modern Rock e Dance. Il videoclip, con una coreografia ispirata ai Village People, divise profondamente i fan. “Mofo” esplora il techno puro, mentre “Gone” è un rock song sottovalutata. Sul versante più riflessivo, “Please” affronta l’instabilità politica dell’Irlanda del Nord con tono cupo e malinconico, e “Staring at the Sun” rappresenta il momento più accessibile dell’intera tracklist.

The Edge, parlando del disco, disse: “È molto difficile definire questo album. Non ha un’identità propria perché ne ha troppe.” Una sintesi onesta di un lavoro che la band stessa non considerò del tutto compiuto: diverse tracce vennero rimixate in seguito per la raccolta The Best of 1990-2000, tra cui proprio “Gone” e “Staring at the Sun”.


  1. Zooropa (1993)

Zooropa è forse l’album più sottovalutato dell’intera discografia degli U2. Nato come EP e trasformatosi in un lavoro completo, fu registrato in sole sei settimane, un tempo straordinariamente compresso rispetto alle sessioni estenuanti di Achtung Baby o The Joshua Tree. L’ispirazione diretta fu il Zoo TV Tour, un’esperienza live fuori scala con centinaia di schermi televisivi e video, automobili sospese sopra il palco e una sovrastimolazione mediatica che divenne il tema centrale del disco.

La title track è un viaggio sonoro di sei minuti: parte come un flusso digitale quasi amorfo e si apre progressivamente in una riflessione ironica sul linguaggio pubblicitario e sulla saturazione dei media. Il testo gioca con slogan e frasi fatte, fino a una delle immagini più potenti del Bono di quegli anni: “And I have no compass / And I have no map / And I have no reason / No reason to get back.”

“Numb” affidò la voce lead a The Edge, con un approccio monotono e volutamente straniante di sapore industriale. “Lemon” portò la band ancora più a fondo nella musica elettronica e generò una serie di remix celebri, tra cui quello di Paul Oakenfold e Steve Osborne, poi utilizzato dal vivo durante il Pop Mart Tour. Il momento più alto del disco rimane “Stay (Faraway, So Close)”, ballata di rara bellezza malinconica. A chiudere il lavoro, “The Wanderer”, traccia elettronica scarna e visionaria con la voce di Johnny Cash.

Zooropa vinse il Grammy Award come miglior album alternative dell’anno, un riconoscimento che aiuta a restituire il giusto peso a un disco spesso dimenticato nelle discussioni sulla band.


  1. Achtung Baby (1991)

Bono descrisse Achtung Baby come “il suono di quattro uomini che abbattono il Joshua Tree”. La frase è una metafora, ma coglie con precisione la natura di questo disco: un atto volontario di rottura con se stessi, con il proprio suono, con il proprio mito. Registrato a Berlino, il disco metabolizzò le influenze dell’elettronica, del rock industriale e dell’alternative per costruire qualcosa che non assomigliava a nulla di precedente nella discografia della band.

The Edge abbandonò la sua chitarra cristallina e ricca di delay per sonorità distorte e corpose, capaci di creare paesaggi sonori nuovi in brani come “Zoo Station”, “Mysterious Ways” e “The Fly”. Ma Achtung Baby non è solo un esercizio di reinvenzione stilistica: regge anche sul piano emotivo e melodico, grazie a ballate come “One”, diventata nel tempo una delle canzoni più conosciute della band, e “Ultraviolet (Light My Way)”. Il disco offre anche un livello di profondità che i brani più popolari non esauriscono: “So Cruel”, “Tryin’ to Throw Your Arms Around the World”, “Acrobat” e “Love is Blindness” sono esempi di una scrittura che si apprezza meglio lontano dai riflettori.

Il tour Zoo TV che seguì l’uscita del disco trasformò anche la presenza scenica della band: Bono adottò un alter ego ironico, avvolto in abiti di pelle, che esagerava e prendeva in giro le convenzioni del rock da stadio. La transizione fu totale.

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