Home Festival di CannesSpeciale Cannes: David Lean e il paradosso di un genio a cui il padre disse che non valeva nulla

Speciale Cannes: David Lean e il paradosso di un genio a cui il padre disse che non valeva nulla

Il documentario di Barnaby Thompson porta a Cannes la storia di un uomo che trasformò l'umiliazione in cinema epico.

by Valeria Bernardo

Una lettera. Poche parole scritte da un padre al figlio: “Non sei molto bravo.” Firmata, con una crudeltà quasi inconsapevole: “Con tanto amore, papà.” Quella frase accompagnò David Lean per tutta la vita, diventando insieme la sua ferita più profonda e il motore silenzioso di alcune delle opere più grandi della storia del cinema.

A ottant’anni da Breve incontro e a sessant’anni da Il dottor Zivago, Cannes ospita la prima mondiale di Maverick: The Epic Adventures of David Lean, documentario diretto da Barnaby Thompson che sarà presentato domenica 17 maggio nella sezione ufficiale Cannes Classics. Non si tratta di un semplice omaggio a un regista del passato, ma di un’indagine su come un’infanzia segnata dalla frustrazione e dall’incomprensione possa trasformarsi in visione cinematografica.

La vicenda biografica di Lean è, a tratti, quasi paradossale. Cresciuto in una famiglia quacchera che considerava il cinema una forma di corruzione morale, il futuro autore di Lawrence d’Arabia non poteva nemmeno avvicinarsi alle sale. Era inoltre dislessico, in un’epoca in cui quella condizione non veniva riconosciuta né compresa: i suoi genitori lo ritenevano semplicemente un ragazzo poco dotato. La lettera trovata da Thompson tra le carte private di Lean è la testimonianza più brutale di quel clima.

Thompson ha avuto accesso agli archivi personali del regista, un privilegio che ha permesso al documentario di andare oltre la superficie della filmografia ufficiale. “Non si è mai liberato da quel senso di inferiorità”, osserva il regista del documentario. Quando la critica, negli anni Settanta, demolì La figlia di Ryan, Lean lo visse come una conferma di quanto aveva sentito da bambino: che suo padre avesse avuto ragione. Non girò nulla per quattordici anni.

Con la lettura difficile e una sensibilità naturalmente orientata verso le immagini, Lean si era avvicinato alla fotografia prima e al montaggio cinematografico poi. Diventò il montatore più ricercato del cinema britannico nei primi anni Quaranta, lavorando anche su alcune produzioni di Powell e Pressburger. Fu Noël Coward, scrittore e uomo di spirito acutissimo, a spingerlo verso la regia, affidandogli l’adattamento del suo Blithe Spirit.

Thompson, che aveva già firmato nel 2023 un documentario su Coward, racconta di essere rimasto sorpreso dalla profondità di quel sodalizio: due personalità apparentemente distanti, entrambe segnate da origini difficili e da un’ascesa improbabile. Coward aveva lasciato la scuola a dieci anni, proveniva da una famiglia povera; Lean era cresciuto in un ambiente che lo aveva convinto di non valere abbastanza. Eppure erano diventati due delle figure più influenti della cultura britannica del Novecento.

Thompson costruisce Maverick come un affresco in cui la biografia e l’opera si rispecchiano continuamente. Il formato 70mm, che Lean usò per Lawrence d’Arabia e La figlia di Ryan, non era per lui soltanto una scelta tecnica: era il modo in cui il mondo gli sembrava degno di essere raccontato. I paesaggi deserti della Giordania, le steppe ghiacciate dell’adattamento da Pasternak, la penisola irlandese di Dingle: ogni location diventava un personaggio. “Mi piace lo spettacolo”, aveva detto Lean in un’intervista. Ma sapeva anche fermarsi su un volto: gli occhi chiari di Peter O’Toole, lo sguardo di Omar Sharif, la bellezza malinconica di Julie Christie, la concretezza di Trevor Howard e Celia Johnson in Breve incontro.

Il documentario raccoglie le testimonianze di una generazione trasversale di registi, da Francis Ford Coppola e Steven Spielberg a Wes Anderson, Denis Villeneuve, Alfonso Cuarón, Steven Soderbergh, Joe Wright, Brady Corbet, Celine Song e Nia DaCosta. Quest’ultima aveva visto Lawrence d’Arabia solo in formato video, senza mai avere l’opportunità di vederlo in sala: eppure ne era rimasta catturata. Thompson considera questa la conferma più eloquente della durata del cinema di Lean: non dipende dal formato, ma da qualcosa che appartiene alla struttura stessa delle immagini.

La scelta di presentare il film a Cannes ha per Thompson un significato che va oltre la logistica festivaliera. “È il festival che rappresenta il cinema nel senso più alto”, ha dichiarato. “Lanciare un film sull’uomo che è il cinema, nella casa del cinema, non potrebbe essere più perfetto.” Thompson era già stato sulla Croisette nel 1999, quando Un marito ideale, film da lui prodotto con Cate Blanchett, chiuse quella edizione del festival. È Blanchett stessa a prestare la voce narrante a Maverick: The Epic Adventures of David Lean.

L’anniversario doppio che accompagna il documentario, ottant’anni di Breve incontro e sessant’anni di Il dottor Zivago, non è una coincidenza promozionale. È la misura di quanto il cinema di Lean continui a circolare, a essere discusso e reinterpretato. Un regista a cui un padre scrisse che non era bravo abbastanza, e che rispose costruendo alcuni dei paesaggi più memorabili che lo schermo abbia mai ospitato.

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