Home Festival di CannesSpeciale Cannes: Demi Moore, “autocensurarsi significa spegnere la creatività”

Speciale Cannes: Demi Moore, “autocensurarsi significa spegnere la creatività”

Demi Moore in giuria a Cannes 2026 difende la libertà espressiva nell'arte e riflette sul ruolo dell'intelligenza artificiale nel cinema.

by Valeria Bernardo

La voce di Demi Moore arriva nel primo giorno del Festival di Cannes 2026 con la chiarezza di chi ha scelto, evidentemente, di non restare in silenzio. Membro della giuria di questa edizione, l’attrice ha preso parola durante la conferenza stampa inaugurale su un tema che attraversa l’industria cinematografica con crescente urgenza: il rischio che gli artisti si autocensurino per evitare conseguenze politiche o mediatiche.

“Spero di no”, ha risposto Moore quando le è stato chiesto se teme che le dichiarazioni politiche possano danneggiare i film di cui si discute al festival. “Penso che l’arte sia espressione. Se iniziamo a censurarci da soli, credo che soffochiamo il nucleo stesso della nostra creatività, che è il luogo in cui possiamo scoprire la verità e le risposte.”

Una posizione che si inserisce in un contesto preciso. Nei giorni precedenti, il regista Pedro Almodóvar, presidente di giuria nel 2017 e presente a Cannes quest’anno con il film Bitter Christmas, aveva rilasciato dichiarazioni forti sulla democrazia statunitense, arrivando ad affermare che gli Stati Uniti non siano più una democrazia nel senso pieno del termine. Le sue parole avevano riacceso il dibattito su quanto gli artisti debbano o possano spingersi nel commentare la politica durante eventi dedicati al cinema.

Il direttore del festival Thierry Frémaux aveva già preso posizione in apertura, rendendo omaggio a Wim Wenders, presidente di giuria alla Berlinale di quest’anno, che aveva ricevuto critiche per alcune dichiarazioni. Frémaux aveva precisato che Cannes considera le questioni politiche come territorio legittimo delle voci artistiche, non come terreno da evitare.

Moore si è trovata quindi a parlare all’interno di un dibattito già vivo, non a inaugurarlo. E la sua risposta ha avuto il tono di chi considera la libertà espressiva una condizione strutturale dell’arte, non un privilegio da negoziare caso per caso.

La giuria di questa edizione è presieduta dal regista coreano Park Chan-wook e comprende, oltre a Moore, Isaach de Bankolé, Laura Wandel, Stellan Skarsgård, Chloé Zhao, Tessa Thompson e Diego Céspedes: una composizione internazionale che riflette la varietà geografica e generazionale che Cannes tende a costruire nella selezione dei suoi giurati.

Nel corso della stessa conferenza stampa, Moore ha affrontato anche un altro tema centrale per il settore: l’intelligenza artificiale. La sua posizione è pragmatica, forse più di quanto ci si aspetti da un’attrice del suo profilo. “L’AI è qui, e combatterla è, in un certo senso, combattere qualcosa che è una battaglia che perderemo. Trovare modi per lavorarci insieme è un percorso più prezioso”, ha detto. Eppure ha anche aggiunto una riserva: “Stiamo facendo abbastanza per proteggerci? Non lo so. La mia inclinazione sarebbe dire probabilmente no.”

Nella riflessione sull’AI, Moore ha però tenuto fermo un punto che riguarda l’essenza stessa del fare arte: nessun sistema artificiale, per quanto sofisticato, potrà replicare ciò che viene dall’interno di un essere umano. “La verità è che non c’è davvero nulla da temere, perché quello che non potrà mai sostituire è ciò da cui viene l’arte vera: non dal fisico. Viene dall’anima. Viene dallo spirito di ognuno di noi.”

Il rapporto di Moore con Cannes non è nuovo. La sua prima apparizione al festival risale al 1997, quando era presente per Il quinto elemento di Luc Besson, film in cui recitava l’allora marito Bruce Willis. Il ritorno più recente era stato nel 2024, con The Substance di Coralie Fargeat, pellicola che le aveva restituito visibilità internazionale e aveva segnato una delle interpretazioni più discusse della sua carriera recente. Quest’anno il festival la riaccoglie in una veste diversa: non più davanti alla macchina da presa, ma al tavolo in cui si decidono i premi. E il primo giorno ha già detto qualcosa.

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