Home Curiosità‘PENNACALISSE’: Guida cinematografica alla fine della civiltà a Punta Marina (RA)

‘PENNACALISSE’: Guida cinematografica alla fine della civiltà a Punta Marina (RA)

Oltre 120 pavoni hanno occupato Punta Marina come in un disaster movie a basso budget. Hollywood ci aveva avvertito, ma noi eravamo troppo impegnati a dargli la pizza.

by Mauro Terrone

Cara umanità, avevi tutto. La piadina. L’Adriatico. I Cappelletti. Il Sangiovese. Avevi costruito secoli di civiltà partendo dalle palafitte e arrivando fino al 5G. Avevi inventato l’aria condizionata, il codice della strada, persino il cartello “vietato campeggiare” che tutti ignorano ma che almeno esiste. Poi sono arrivati loro: Non gli alieni, non i robot senzienti, nemmeno il cinghiale, che almeno ha il decoro di sembrare vagamente pericoloso quando ti carica con gli occhietti da psicopatico… I pavoni.

Oltre 120 esemplari che passeggiano tra le auto parcheggiate, si arrampicano sui tetti come ninja piumati, invadono i giardini privati e occupano le strade di Punta Marina come se avessero prenotato su Booking con vista mare, colazione inclusa e late check-out garantito. Nessuno li ha invitati, nessuno può cacciarli, sono semplicemente qui, splendidi e invincibili, a ricordarci che l’essere umano non è in cima alla catena alimentare quando l’avversario ha un piumaggio da red carpet e zero paura delle istituzioni. Hollywood ci aveva avvertito. Ci aveva mandato segnali. Indizi. Trailer della nostra estinzione camuffati da blockbuster. Noi stavamo guardando altro.

GLI UCCELLI — Alfred Hitchcock, 1963

Nel capolavoro di Hitchcock gli uccelli attaccano nel silenzio. Improvvisamente. Senza motivazione apparente. Senza preavviso. È il terrore puro, quello che non si può prevedere né razionalizzare. La natura che si ribella all’uomo con una violenza muta e inesorabile. A Punta Marina invece si può prevedere benissimo. Perché nella stagione degli accoppiamenti il richiamo dei pavoni si trasforma in urla notturne che rendono impossibile il riposo. E lo fa ogni notte, alla stessa ora con la puntualità di un orologio svizzero ma il volume di un concerto dei Maneskin registrato dentro un capannone di latta.

Hitchcock aveva immaginato uccelli silenziosi e letali, che piombavano dall’alto in picchiata mortale. La realtà romagnola ha preferito uccelli chiassosi, indistruttibili e fondamentalmente strafottenti. Stessa fine della civiltà, solo con più acufene e meno suspense. Il terrore di Bodega Bay era almeno elegante. Quello di Punta Marina è un delirio sonoro alle tre di notte mentre cerchi di dormire con il cuscino sulla testa e realizzi che domani devi lavorare ma il pavone maschio alfa sotto la tua finestra ha appena deciso di corteggiare l’intero quartiere con il suo richiamo che suona come un bambino che strilla in un megafono arrugginito.

JURASSIC PARK — Steven Spielberg, 1993

Ian Malcolm lo diceva osservando i dinosauri riprodursi nonostante tutti i controlli genetici. Stava parlando dei pavoni di Punta Marina, solo che non lo sapeva ancora. Era una profezia. Un avvertimento. Un messaggio in bottiglia lanciato dal 1993 verso il futuro romagnolo. La storia inizia oltre 12 anni fa, quando alcuni esemplari ornamentali, probabilmente sfuggiti da proprietà private o abbandonati come cani dopo Natale, ma con più piume e meno sensi di colpa, cominciarono a frequentare la zona. Erano pochi. Erano carini. I turisti li fotografavano come fossero attrazioni esotiche finite lì per caso. I bambini li inseguivano ridendo, tutto sotto controllo, tutto gestibile.

Poi è arrivato il Covid. Il lockdown. Le strade vuote. Il silenzio surreale delle città senza persone. E il pavone romagnolo ha fatto quello che qualsiasi dinosauro evoluto avrebbe fatto in quelle condizioni: ha preso possesso del territorio. Ha occupato. Si è riprodotto. Ha prosperato. Ha guardato le case vuote e ha pensato: “Ah, perfetto. Finalmente un po’ di spazio vitale.” Quando gli esseri umani sono tornati, i pavoni avevano già firmato il mutuo. Avevano messo le tende. Avavano cambiato la serratura metaforica. E non avevano alcuna intenzione di andarsene. Nel film chiamano Jeff Goldblum per gestire la situazione. Jeff Goldblum arriva, dice cose intelligenti con la camicia sbottonata, spiega la teoria del caos e salva il giorno con il carisma e la scienza.

A Punta Marina il Comune ha firmato una convenzione con un’associazione animalista incaricata di gestire la situazione soprattutto attraverso attività di sensibilizzazione rivolte ai residenti. Jeff Goldblum, per ora, non è stato contattato. Probabilmente perché troppo occupato. O perché anche lui, di fronte a questa situazione, si limiterebbe a ridere nervosamente e dire: “Ecco, uh, la vita, uh, trova sempre una strada. Anche quando quella strada è la via Romea e ci sono 120 pavoni che mangiano piadina davanti al bar.”

GREMLINS — Joe Dante, 1984

Regola numero uno: non dargli da mangiare dopo mezzanotte. Regola numero due: non bagnarli. Regola numero tre, quella davvero importante che nessuno rispetta mai nei film: non dargli MAI da mangiare.

I turisti di Punta Marina evidentemente non hanno visto Gremlins. Oppure lo hanno visto e hanno pensato: “Sì, però quelli erano mostri verdi che si moltiplicavano e distruggevano la città. Il pavone invece è bellissimo. Ha quelle piume magnifiche. Ha quello sguardo regale. Gli do la piadina. Che vuoi che succeda?” “Mangiano pane, piadine, quello che offrono le persone per strada”, spiega esasperata una donna all’inviata de La Vita in Diretta, con il tono di chi ha visto cose che non può più dimenticare.

Gli danno pane. Gli danno piadine. Gli danno brioche, pasta avanzata, pezzi di pizza. Pezzi di pizza. Fermiamoci un attimo su questo punto. Qualcuno, un essere umano dotato di pollice opponibile, linguaggio articolato e teoricamente anche di un minimo di raziocinio, a Punta Marina sta attivamente nutrendo i pavoni con la pizza margherita avanzata.

Siamo oltre Gremlins. Siamo in un sequel non autorizzato in cui i mostri hanno sviluppato il gusto per la cucina regionale italiana e nessuno, letteralmente nessuno, sa come fermarli. Perché nel film i Gremlins seminavano il caos. Qui i pavoni si limitano a mangiare la Margherita e guardare gli umani come camerieri mediocri che tardano con il coperto. Billy Peltzer nel film impara la lezione e salva la città. I turisti di Punta Marina continuano a tirare fuori briciole dalla borsa come se stessero nutrendo i piccioni in piazza San Marco, ma con più piumaggio e meno senso del pericolo.

IL PIANETA DELLE SCIMMIE — Franklin J. Schaffner, 1968

Charlton Heston atterra su un pianeta sconosciuto. Lo esplora. Scopre che è dominato dalle scimmie. Capisce, solo alla fine, davanti alla Statua della Libertà sepolta nella sabbia, con la colonna sonora che sale e il cuore che sprofonda, che quel pianeta era la Terra. Che l’umanità aveva perso. Che tutto era finito da tempo e lui era solo l’ultimo a saperlo.

Il momento “Charlton Heston” di Punta Marina è questo: gli attivisti hanno affisso cartelloni informativi nelle aree in cui è più facile imbattersi nei pavoni. I cartelloni spiegano come comportarsi. Insistono in particolare su una regola: non dare loro da mangiare. Ci siamo ridotti a mettere cartelli. Cartelli che spiegano agli esseri umani, la specie che ha inventato la ruota, la stampa, internet e il tiramisù, come comportarsi di fronte a un volatile ornamentale.

Non stiamo combattendo. Non stiamo vincendo. Stiamo appendendo fogli plastificati con le istruzioni per la sopravvivenza, come fossimo in un museo postapocalittico dove l’unica testimonianza rimasta della nostra civiltà è un cartello che dice: “Per favore, non date la focaccia al pavone.” La Statua della Libertà è sepolta nella sabbia. Al suo posto c’è un pannello informativo con un pavone stilizzato, una freccia rivolta verso il basso e la scritta: “Zona sensibile. Non alimentare.” L’umanità ha perso. E lo ha fatto senza nemmeno il decoro di una battaglia finale epica. Lo ha fatto con un cartello e una convenzione con un’associazione animalista. Charlton Heston almeno poteva urlare. Noi possiamo solo scattare foto per Instagram e sperare che il pavone non salga sul cofano dell’auto.

LA MIA VITA E’ UNO ZOO — Cameron Crowe, 2011

Matt Damon compra uno zoo. Ne diventa responsabile. Impara ad amare gli animali. Trova anche l’amore, ovviamente, perché siamo in un film di Cameron Crowe e l’amore arriva sempre. Tutto bello. Tutto commovente. Film strappalacrime con musica indie e inquadrature dorate al tramonto. Oscar sfiorato ma mancato perché troppo buono, troppo pulito, troppo americano nel senso nobile del termine.

A Punta Marina nessuno ha comprato niente. I pavoni sono sostanzialmente res nullius, né del Comune, né della Regione, né della Provincia. Quando le competenze erano della Provincia, qualcuno provò una volta a catturarne qualcuno con delle reti. Senza risultati. I pavoni sono rimasti liberi. Le reti sono finite probabilmente in un magazzino da qualche parte, con scritto sopra “Operazione Pavoni: Fallita”. Res nullius. In latino significa “cosa di nessuno”. In romagnolo significa “problema di qualcun altro”. Oltre 120 animali che occupano una cittadina balneare e ufficialmente non appartengono a nessuno, né al Comune, né alla Regione, né alla Provincia, né a Matt Damon, né a Dio, né tantomeno agli abitanti che li trovano sul tetto ogni mattina come fossero antenne paraboliche piumate.

Sono liberi. Sono autonomi. Sono autosufficienti. Sono, tecnicamente, i primi anarchici piumati della storia d’Italia. Una comune libertaria che vive di piadina e pizza offerta dai turisti, senza pagare tasse, senza rispettare il codice della strada, senza chiedere permessi a nessuno. Matt Damon nel film aveva responsabilità. Aveva un budget. Aveva un piano. Aveva perfino Scarlett Johansson a dargli una mano emotiva. A Punta Marina hanno un gruppo WhatsApp di residenti esasperati e una convenzione che prevede “attività di sensibilizzazione”. Non è esattamente la stessa cosa.

FREE WILLY — Simon Wincer, 1993

Un bambino lotta per liberare una balena. Willy, dopo infinite peripezie narrative e musiche emozionanti, salta sopra le rocce verso l’oceano. Verso la libertà. La musica sale. Tutti piangono. È il film più commovente degli anni Novanta per chiunque avesse meno di dodici anni e un minimo di sensibilità verso i mammiferi marini in cattività.

La versione romagnola prevede il percorso inverso.

Il Giardino Zoologico Safari Ravenna si è offerto di accogliere 15 maschi e 5 femmine all’interno della propria area pedonabile. Vicino a Mirabilandia. Con vista sulle montagne russe e sottofondo sonoro di urla adrenaliniche e jingle pubblicitari. Free Willy al contrario: dall’anarchia selvaggia delle strade di Punta Marina, dove i pavoni vivono liberi, mangiano pizza, si riproducono senza controllo e urlano alle tre di notte come fossero in una discoteca a cielo aperto, alla cattività ordinata dello zoo, dove ci sono orari, recinzioni, turisti che ti guardano mentre mangi e cartelli che spiegano la tua specie.

Non è chiaro se i pavoni ci guadagnino o ci perdano. Da un lato: niente più macchine, niente più cani randagi, niente più rischio di essere investiti mentre attraversi via Romea con la solita arroganza regale. Dall’altro: gabbia. Recinto. Turisti. Perdita della dignità anarchica.

Non è chiaro neanche per Willy, a pensarci bene. Forse stava meglio in cattività, con pasti regolari e senza squali. Ma il film non te lo dice. Il film ti dice che la libertà è sempre meglio, anche se la libertà significa oceano freddo e nessuna garanzia di sopravvivenza. I pavoni di Punta Marina, se potessero scegliere, probabilmente resterebbero dov’è. Con la pizza. Con i turisti. Con la piadina gratis e il diritto di urlare quando gli pare.

Ma nessuno glielo ha chiesto.

DON’T LOOK UP — Adam McKay, 2021

Due scienziati scoprono che una cometa sta per colpire la Terra. Vanno in televisione ad avvertire tutti. Urlano. Supplicano. Mostrano grafici. Portano prove scientifiche inconfutabili. Nessuno li prende sul serio. I politici minimizzano. I media trasformano tutto in spettacolo. I social preferiscono i meme. La cometa arriva. Fine.

Una residente di Punta Marina, dopo aver contattato tutti gli enti possibili senza ottenere risposta, Comune, Regione, Provincia, Dio, chiunque avesse un numero di telefono e una casella email, ha deciso di fare da sé. Ha iniziato a raccogliere le uova che trovava in giro. Il primo anno ne ha prese 70. Il secondo 35. L’anno scorso 15.

EPILOGO

Il Comune di Ravenna sta programmando un censimento tecnologico tramite droni per definire con precisione l’entità del fenomeno. Stiamo usando i droni. Per contare i pavoni. In una frazione balneare di Ravenna. Nel 1969 abbiamo mandato un uomo sulla Luna. Nel 2026 usiamo la stessa tecnologia per fare l’inventario dei volatili che mangiano la pizza sul marciapiede della via Romea.È andata così, gente. Non con uno schianto. Non con un’esplosione. Con duecento pavoni che urlano alle tre di notte, mentre il Comune affigge cartelli e nessuno sa di chi siano.

Fine della civiltà.

N.B.Questo articolo è puramente ironico e satirico. Non costituisce in alcun modo una critica alle istituzioni locali, al Comune di Ravenna, alle associazioni animaliste o a chiunque stia cercando, con pazienza, buona volontà e probabilmente una dose eroica di autocontrollo, di gestire una situazione oggettivamente complicata. Anzi, un applauso sincero a chi ci sta lavorando: gestire 120 pavoni anarchici, apolidi e res nullius in una città balneare, con i turisti che gli danno pizza e piadina e i giornalisti che riprendono tutto, non è esattamente quello che si studia all’accademia di pubblica amministrazione. Noi ci limitiamo a ridere. Loro devono risolverla davvero. E già questo li rende eroi.

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