Per anni Ado Hasanović ha cercato di parlare con suo padre Bekir della guerra in Bosnia. Le risposte sono sempre state le stesse: brevi, evasive, come se le parole non bastassero a contenere l’orrore vissuto. Eppure Bekir aveva raccontato tutto, a modo suo. Lo aveva fatto con una videocamera amatoriale, registrando immagini e tenendo diari durante gli anni più violenti del conflitto. Quelle cassette, dimenticate in qualche cassetto per decenni, sono diventate la materia prima di My Father’s Diaries, documentario che sarà disponibile su True Story dal 15 maggio.
Nel 1993, mentre la guerra si intensificava, Bekir formò insieme a due amici un collettivo di film-maker chiamato John, Ben & Boys nella piccola cittadina montana di Srebrenica. Quello che era iniziato come un passatempo, un modo per passare il tempo in mezzo al conflitto, si trasformò rapidamente in qualcosa di più urgente: la documentazione deliberata di una comunità sotto assedio. Bekir iniziò a filmare la vita quotidiana dei bosniaci musulmani, i momenti di cameratismo tra vicini, le piccole routine che aiutavano a mantenere un senso di normalità. Ma in quelle immagini sgranate, dove si vedono persone riunite che ridono o condividono un pasto, si sentono in sottofondo gli spari, le esplosioni, il rumore della guerra che si avvicina.
La pellicola amatoriale diventa cronaca involontaria di ciò che stava per accadere. Come se Bekir avesse intuito che quella testimonianza sarebbe stata necessaria, che qualcuno avrebbe dovuto vedere cosa significava vivere in una città destinata a diventare simbolo di uno dei peggiori massacri europei dalla Seconda guerra mondiale. Nel luglio 1995, le forze paramilitari serbe entrarono a Srebrenica e uccisero migliaia di uomini e ragazzi bosniaci musulmani. Bekir sopravvisse.

Ado Hasanović costruisce il suo film intrecciando le riprese del padre con materiale d’archivio di altra natura: filmati girati dai soldati serbi durante le esecuzioni. È una delle scelte più difficili e potenti del documentario. Le immagini mostrano civili legati, destinati alla morte, mentre si sentono le voci dei loro carnefici parlare delle vittime come se fossero oggetti, non esseri umani. Su queste sequenze, la voce di Bekir racconta la sua fuga, i dettagli della sopravvivenza, la paura. Il contrasto tra il tono emotivo del padre e la freddezza brutale dei soldati restituisce dignità a chi è stato ucciso, ribaltando la prospettiva imposta dalla violenza.
My Father’s Diaries non è solo un documentario storico. È un film sul trauma che attraversa le generazioni, sul peso del silenzio e su cosa significhi ereditare il dolore di chi è venuto prima. Ado Hasanović usa le immagini del padre per costruire il dialogo che non sono mai riusciti ad avere con le parole. Bekir è sopravvissuto fisicamente al massacro, ma il documentario mostra come il trauma non finisca con la fine della guerra. Resta nelle pause, nei silenzi, nelle risposte mai date.
Il film alterna il passato e il presente, i violatori e le vittime, in un montaggio che esamina sia le cicatrici psicologiche sia quelle fisiche lasciate dalle atrocità belliche. Le riprese amatoriali, con la loro texture granulosa e i colori sbiaditi, acquisiscono un valore che va oltre il documento storico: diventano un ponte tra generazioni, un tentativo di comprendere l’incomprensibile.
L’archivio personale di Bekir, nato da un impulso creativo in tempi di guerra, si trasforma così in memoria collettiva. My Father’s Diaries dimostra che talvolta sono proprio le immagini più fragili e imperfette a restituire la verità più autentica.












