Quando un festival chiude con 19mila presenze, mille accreditati e un pubblico composto per tre quarti da under 35, qualcosa sta succedendo. E non è solo una questione di numeri, che pure raccontano un incremento del 20% sui biglietti venduti. È che Bellaria, nella sua 44ª edizione, ha smesso da tempo di essere un festival e è diventato altro: un presidio, un laboratorio, una piattaforma dove il cinema indipendente italiano e internazionale trova spazio non per sopravvivere, ma per crescere.
Sotto la direzione artistica di Daniela Persico e quella organizzativa di Sergio Canneto, il Bellaria Film Festival 2026 ha confermato una vocazione che si fa sempre più netta: accompagnare autori e autrici emergenti non solo mostrandone i lavori, ma costruendo intorno a loro una vera infrastruttura di supporto. Lo dimostrano i programmi come (IN)EMERGENZA, dedicato alla post-produzione, e l’intero segmento BFF Industry, realizzato con Cinecittà e diretto da Canneto con Maria Bonsanti come Head of Studies. Non si tratta di vetrine, ma di percorsi. E i risultati si vedono anche nelle motivazioni dei premi, scritte con una consapevolezza critica che raramente si trova nei palmares festivalieri.
Un palmares che prende posizione
Il Premio Casa Rossa, assegnato dalla giuria giovani, è andato a Waking Hours di Federico Cammarata e Filippo Foscarini. La motivazione parla di “aver attraversato il buio e aver scelto di sostarvi”, di “aver trasformato un’esigenza produttiva in un’opportunità di linguaggio”. Non è retorica: è la descrizione di un cinema che accetta i propri limiti e li trasforma in poetica. Un cinema che resiste gentilmente, che trova nella sottrazione visiva una forma di ascolto. È esattamente il tipo di sguardo che Bellaria ha scelto di sostenere: non spettacolare, non immediato, ma necessario.
Sul fronte internazionale, il Casa Rossa è stato assegnato a Providence and the Guitar di João Nicolau, per la capacità di rileggere la figura del cantastorie trasformandola in metafora del presente. La giuria ha parlato di “archetipi classici” e “echi quasi manzoniani”, restituendo al cinema “il potere di evocare l’esigenza di una narrazione collettiva”. In un momento storico in cui le narrazioni collettive sembrano frantumate, un premio così suona come un manifesto.

Il Gabbiano, invece, è andato a Torneranno i lupi di Bianca Vallino, un film che secondo la giuria “con grande delicatezza ci conduce nei solchi profondi delle ferite familiari, nei silenzi e le disfunzioni dei legami”. Tre generazioni di donne, un branco di lupi, un processo di emancipazione raccontato attraverso realtà e immaginazione. Vallino ha vinto anche il Premio Distribuzione MYMovies ONE, garantendosi dodici mesi di streaming sulla piattaforma: un riconoscimento che unisce critica e pubblico, e che conferma come il film abbia trovato una sintonia rara.
Il coraggio del linguaggio
Tra i premiati spicca Cosa rimane quando il mare si muove di Gaetano Crivaro, vincitore del Premio per l’Innovazione Cinematografica. La giuria ha premiato “un mosaico caleidoscopico che intreccia archivio, pellicola, digitale, sorveglianza, osservazione scientifica” per raccontare la devastazione silenziosa del turismo di massa estrattivista. Ma non solo: accanto alla denuncia, c’è la scoperta di “un ecosistema resistente di persone e organismi che compiono piccoli e straordinari gesti di cura quotidiani”. È un cinema che ragiona sull’ipersaturazione mediale usando le immagini stesse come strumento critico. Un approccio maturo, consapevole della propria forma.
Anche nei corti emerge questa ricerca di linguaggio. N’s Last Game di Desirée Alagna usa i videogame non come fuga, ma come “oasi di pace e amore, orizzonti che si possono attraversare con i propri passi, luoghi abitati da corpi riconciliati”. Frammenti terrestri offerti alla luce di Maria Guidone racconta “un frammento ipotetico di vita in un mondo apparentemente ostile”, dove il desiderio squarcia improvvisamente il velo dell’ovvio. Sono lavori che non temono di sporgersi, di sperimentare, di lasciare lo spettatore in uno spazio di ambiguità produttiva.
Un festival che guarda al futuro restituendo il passato
L’edizione 2026 ha segnato anche un passaggio simbolico importante: la riapertura del Cinema Apollo, restituito alla comunità dopo oltre vent’anni. Non è solo un dettaglio logistico: è un gesto politico. Bellaria Igea Marina ha scelto di investire su uno spazio culturale che era stato abbandonato, trasformandolo in uno dei centri nevralgici del festival. L’Apollo ha ospitato proiezioni, incontri e l’installazione Ciao Musica di Yuri Ancarani, visiting director insieme a Gaspar Noé, Francesco Munzi, Margherita Vicario, Angela Schanelec e molti altri. Un cartellone di questo livello non serve a decorare: serve a costruire un dialogo reale tra generazioni di sguardi.

E il dialogo è arrivato. Mille studenti hanno partecipato a BFF for School, mentre masterclass e talk hanno trasformato il festival in “uno spazio quotidiano di confronto sul cinema e sulle sue trasformazioni”. Non è un festival che si chiude in se stesso: è un festival che si apre alla città, che coinvolge le scuole, che forma un pubblico non solo a guardare, ma a capire.
Perché Bellaria conta
Bellaria Film Festival non è il festival dei grandi nomi, dei tappeti rossi, delle premiere mondiali. È il festival che si prende il tempo di stare accanto agli autori, di ascoltare le loro esigenze, di costruire percorsi. È il festival che premia un cinema che “si faccia forma di resistenza gentile”, che accoglie l’imprevisto, che trasforma la sottrazione in forza. E lo fa con una coscienza critica che traspare dalle motivazioni dei premi, scritte non per celebrare ma per spiegare, per argomentare, per prendere posizione.
In un panorama festivaliero spesso appiattito sulla logica delle anteprime e dei talent, Bellaria sceglie una strada diversa: quella della cura, della formazione, del sostegno concreto. E i numeri, quest’anno, le stanno dando ragione. Perché un pubblico giovane, formato e partecipe esiste. E ha bisogno di luoghi dove il cinema si possa ancora scoprire, non solo consumare.













