Home CuriositàJames Gunn e l’universo DC: perché questa volta la stranezza è il vero superpotere

James Gunn e l’universo DC: perché questa volta la stranezza è il vero superpotere

Dalla commedia all'horror, dal supereroe classico al crime: l'approccio frammentato e writer-driven del nuovo DCU rispecchia finalmente la natura più anarchica e stratificata dei fumetti DC.

by Valeria Bernardo

L’universo DC guidato da James Gunn e Peter Safran sta sperimentando qualcosa che i precedenti tentativi cinematografici non hanno mai davvero osato: abbracciare l’incoerenza come punto di forza. Dove il DC Extended Universe di Zack Snyder puntava su un tono uniforme e maturo, e dove il Marvel Cinematic Universe ha costruito il proprio successo sulla continuità narrativa e stilistica, il nuovo DC Universe sceglie la frammentazione.

Non si tratta di caos produttivo, ma di una strategia consapevole. Safran l’ha espresso chiaramente durante una conferenza stampa: “Non serviamo un solo tipo di pubblico, quindi perché fare un solo tipo di film?” La dichiarazione sintetizza un approccio che permette alla leggerezza ottimista di “Superman” di convivere con l’atmosfera horror di “Clayface”, senza che nessuno dei due debba scusarsi per esistere nello stesso universo condiviso.

Questo modello non è un’invenzione. È una traduzione fedele di ciò che DC Comics fa da decenni. Negli anni Cinquanta, l’istituzione del Comics Code Authority impose linee guida rigide sui contenuti, con l’obiettivo di proteggere i giovani lettori. DC rispose non uniformandosi, ma esplorando direzioni sempre più eccentriche. Mentre Marvel, esplosa negli anni Sessanta grazie a Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko, costruiva un universo coeso e tonalmente riconoscibile — modello che avrebbe ispirato direttamente il MCU — DC continuava a diversificare.

Da un lato, fumetti di stampo soprannaturale con personaggi come John Constantine e Zatanna. Dall’altro, storie noir e crime ambientate a Gotham City e Bludhaven, con la Bat-Family al centro. Poi avventure cosmiche e comiche con Krypto il Supercane e il Lanterna Verde roditore Ch’p, senza dimenticare crossover improbabili con Scooby Doo. E ancora: l’imprint Elseworlds, che consente narrazioni non canoniche come Batman contro Jack lo Squartatore o un Superman cresciuto nell’Unione Sovietica. Più di recente, l’Absolute Universe ha reimmaginato i personaggi per una nuova generazione.

Tutto questo crea sovrapposizioni tonali e conflitti canonici che, sulla carta, non dovrebbero funzionare. Eppure funzionano. Gunn lo sa, e lo ha reso esplicito in un post su Threads: “Proprio come nei fumetti, dove voci e visioni creative diverse ispirano ogni progetto. Ogni storia ha uno scopo in sé, al di fuori di tutte le altre. Ma un’altra parte del divertimento può arrivare quando filoni apparentemente disparati si uniscono in modo elegante.”

L’idea è quella di un universo writer-driven, dove ogni progetto nasce da una visione autoriale specifica, non da un template imposto dall’alto. “Superman” e “Creature Commandos” sono diversi tra loro, ma lo sono ancora di più rispetto a “Clayface” o alla serie “The Penguin”, quest’ultima con atmosfere da crime drama à la “I Soprano”. Eppure, tutti coesistono.

Il vantaggio strategico è duplice. Da un lato, si previene la stanchezza del pubblico verso il genere supereroistico: se ogni titolo può avere identità, registro e pubblico diversi, il rischio di saturazione diminuisce. Dall’altro, si amplia la platea potenziale: chi non gradisce il tono di un progetto può trovare qualcosa di più affine nei successivi.

Gunn punta su questa molteplicità senza timore. Un fan di lunga data dei fumetti DC può riconoscere in questo approccio la stessa libertà che rende possibile leggere una storia gotica di Swamp Thing e, subito dopo, un’avventura spaziale della Justice League, senza che nessuna delle due risulti fuori posto. L’assenza di un tono dominante non è un difetto: è una dichiarazione d’intenti.

Il nuovo DCU non cerca di imitare la formula Marvel. Non insegue la coerenza a tutti i costi. Sceglie invece di rispecchiare la natura più anarchica, stratificata e imprevedibile del proprio materiale originale. E in questo, potrebbe aver trovato la sua vera identità.

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