The Echo Chamber porta con sé un peso narrativo particolare ancora prima di mostrare una singola inquadratura. È l’ultima opera scritta da Bernardo Bertolucci, un soggetto e una sceneggiatura firmati insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi che ora trovano forma nelle mani di Andrea Pallaoro, regista trentino tra le voci più distintive del cinema d’autore contemporaneo. Non si tratta di un passaggio di testimone casuale: Pallaoro ha costruito la propria cifra stilistica su narrazioni intime, sospese, capaci di indagare le zone grigie dei rapporti umani con una precisione chirurgica. Qui eredita un’idea narrativa che sembra cucita sulla sua sensibilità.
Le prime immagini diffuse restituiscono subito la temperatura emotiva del progetto. Leo e Anne, interpretati da Luca Marinelli e Alicia Vikander, abitano uno spazio relazionale dove l’amore non è più distinguibile dalla dipendenza, dove il desiderio si confonde con il controllo. Si inseguono, si sfiorano, si perdono, si cercano: una coreografia di presenze ed assenze che Bertolucci sceglie di raccontare attraverso un terzo elemento sonoro, una voce femminile, quella di Ava (Susan Sarandon), che attraversa il tempo e fa emergere ciò che non può più essere trattenuto. Non è difficile riconoscere in questa struttura triangolare l’interesse bertolucciano per le dinamiche di potere affettivo, per la complessità delle relazioni che non si lasciano mai ridurre a schemi binari.
Pallaoro si trova quindi a gestire un materiale narrativo denso, stratificato, che chiede di essere attraversato più che spiegato. Il regista ha dimostrato con Medeas, Hannah e Monica una straordinaria capacità di lavorare sul non detto, sul tempo dilatato, sulla costruzione di atmosfere che rivelano gli stati interiori dei personaggi senza mai ricorrere a esplicitazioni verbali. Charlotte Rampling in Hannah aveva vinto la Coppa Volpi proprio per una performance basata su minimi spostamenti del corpo e dello sguardo, su una recitazione fatta di sottrazione. È lecito aspettarsi che anche qui Pallaoro scelga di affidarsi alla potenza espressiva dei suoi interpreti, lasciando che i silenzi pesino quanto le parole.

Luca Marinelli, attore capace di estrema sensibilità e controllo tecnico, si confronta con Leo, un personaggio che sembra vivere in un perenne stato di sospensione tra l’essere presente e l’essere assente. Marinelli ha già dimostrato di saper abitare personaggi emotivamente complessi senza mai scivolare nel compiacimento, mantenendo una verità interiore che rende credibili anche le situazioni più estreme. Dall’altro lato, Alicia Vikander porta Anne: un’attrice abituata a muoversi tra cinema d’autore e produzioni mainstream, capace di grande intensità emotiva e di una vulnerabilità fisica che non è mai solo estetica. Insieme compongono una coppia che non si lascia e non si libera, intrappolata in un loop relazionale dove cura e dipendenza diventano indistinguibili.
Susan Sarandon interpreta Ava, la cui voce attraversa il tempo. La scelta di un’attrice della sua statura e del suo carisma per un ruolo che sembra essere più sonoro che visivo è significativa. La voce come presenza fantasmatica, come memoria che resiste, come elemento che non si lascia dimenticare: è un dispositivo narrativo che Bertolucci ha sempre amato, fin dai tempi de Il conformista, dove la voce fuori campo costruiva piani temporali sovrapposti. Qui Ava sembra essere il terzo polo di una relazione che non è mai solo tra due persone, ma che comprende il passato, il ricordo, ciò che non è stato detto o che non può più essere detto.
La collaborazione con Diego Garcìa alla fotografia promette un lavoro visivo di grande raffinatezza. Garcìa ha firmato film come Under the Skin e Jackie, opere dove l’immagine diventa essa stessa narrazione, dove la luce e il colore costruiscono stati emotivi senza bisogno di didascalie. Con Pallaoro, che ha sempre privilegiato inquadrature fisse, lunghe, capaci di trattenere lo sguardo dello spettatore fino al punto di rottura, il dialogo potrebbe produrre un linguaggio visivo di grande coerenza e potenza. Il montaggio di Paola Freddi, collaboratrice storica di diversi autori italiani, e la musica di Clément Ducol completano un team tecnico di assoluto livello, capace di sostenere una regia che chiede sempre molta fiducia allo spettatore.

The Echo Chamber si inserisce in un panorama cinematografico italiano che fatica a trovare spazio per il cinema d’autore puro, per opere che non si piegano alle logiche della commedia di consumo o del thriller di genere. La coproduzione con il Belgio e il supporto di Creative Europe testimoniano quanto sia necessario guardare oltre i confini nazionali per sostenere progetti di questo tipo. Pallaoro lavora tra Los Angeles e New York, ha una carriera internazionale costruita festival dopo festival, ma sceglie di tornare in Italia per firmare un’opera che porta il peso di un’eredità narrativa importante.
Non sappiamo ancora se The Echo Chamber riuscirà a tradurre in immagini la complessità del materiale di partenza. Sappiamo però che Pallaoro è un regista che non cerca mai la strada più facile, che non ha paura dei tempi morti, del silenzio, delle inquadrature che resistono. Se Hannah era il ritratto di una donna che cercava di ricostruirsi dopo una colpa, e Monica il racconto di un ritorno e di una riconciliazione impossibile, questo nuovo film sembra andare ancora più a fondo nell’indagine delle relazioni affettive come spazi di ambiguità irrisolvibile. Leo e Anne non riescono a lasciarsi né a liberarsi: è una condizione che Bertolucci ha esplorato in molte forme, da Ultimo tango a Parigi a L’assedio, e che qui trova una voce nuova attraverso la sensibilità di un regista più giovane ma altrettanto rigoroso.
Quello che colpisce, nelle prime immagini diffuse, è proprio questa capacità di trattenere. Niente è urlato, niente è esplicitato. I corpi si muovono nello spazio con una lentezza che non è mai pigrizia narrativa, ma scelta precisa di restare dentro al tempo dell’emozione, non a quello dell’azione. È un cinema che chiede allo spettatore di abbandonare l’aspettativa di risposte chiare, di risoluzioni nette, di catarsi liberatorie. È un cinema che lascia risuonare, come la voce di Ava che attraversa il tempo, ciò che resiste.












