The Mandalorian and Grogu arriva nelle sale questo mese con un peso sulle spalle che pochi film di franchise hanno mai dovuto sopportare. Non si tratta solo di portare al cinema due personaggi amati della serialità contemporanea, ma di riabilitare Star Wars come esperienza cinematografica dopo oltre sei anni di assenza dai multiplex e dopo un ultimo capitolo, The Rise of Skywalker, che nel 2019 ha lasciato il fandom diviso e la mitologia del franchise in uno stato di confusione narrativa.
Il film diretto da Jon Favreau rappresenta un caso quasi unico nel panorama hollywoodiano: un franchise che ha praticamente inventato il blockbuster moderno si è trasformato in un’operazione prevalentemente televisiva, con solo occasionali incursioni sul grande schermo. Una metamorfosi che nessuno avrebbe potuto prevedere, nemmeno i Jedi più lungimiranti dell’universo immaginato da George Lucas.
Il contesto in cui si inserisce questo ritorno è complesso. The Rise of Skywalker ha incassato 590 milioni di dollari ma è stato percepito come un atto di panico narrativo: frenetico, sovraccarico di fan service discutibile e apparentemente imbarazzato rispetto al capitolo precedente, The Last Jedi. Ha distrutto decenni di mitologia funzionale e compromesso la coerenza con i film precedenti, lasciando Star Wars in uno stato di incertezza creativa.

In questo decennio, è stata la televisione a tenere in vita la saga. The Mandalorian, in particolare, ha dimostrato che esisteva ancora spazio per raccontare storie interessanti ambientate in quel universo, a patto di esplorare angoli meno battuti della galassia e di abbracciare un tono diverso da quello delle trilogie cinematografiche. La serie ha trionfato proprio perché si è collocata in un periodo storico privo di grandi tensioni drammatiche: l’Impero è caduto, Vader è morto, l’Imperatore dovrebbe esserlo (anche se The Rise of Skywalker ha complicato questa certezza), e rimangono solo pochi antagonisti vagamente Sith che si aggirano con i resti dell’esercito imperiale.
Questo scenario funziona perfettamente per una serie episodica estesa, capace di immergersi in tutti quegli angoli intriganti della tradizione di Star Wars che i film menzionano solo di sfuggita. Ma è davvero il contesto giusto per un film evento che i fan si aspettano definisca il prossimo decennio del franchise?
The Mandalorian and Grogu deve affrontare sfide multiple e contraddittorie. Deve convincere gli spettatori occasionali che non serve aver completato 23 ore di visione televisiva per godersi il film. Deve far sembrare la galassia di nuovo vasta e piena di possibilità. E deve dimostrare che Grogu, affettuosamente noto come Baby Yoda, non è solo l’evento di merchandising più redditizio degli ultimi anni, ma un personaggio capace di aprire nuovi territori narrativi per questa saga venerabile.

Le prime reazioni di chi ha visto i primi 25 minuti del film risultano complessivamente positive, con apprezzamenti per la scala visiva, il sound design e lo slancio narrativo di stampo classico. Emerge però anche una considerazione più problematica: c’è chi percepisce il film ancora come un episodio televisivo particolarmente costoso. Se questa impressione dovesse persistere nell’intera durata, rappresenterebbe esattamente il problema che il franchise deve superare.
Uno dei temi più discussi riguarda la possibilità che il film ci porti finalmente sul misterioso pianeta d’origine della specie di Yoda e Grogu. Potremmo scoprire di più sulla natura della Forza: questi personaggi dalle orecchie grandi sono incidenti cosmici che si verificano una volta ogni millennio, o semplicemente i rappresentanti più noti di un intero globo popolato da miniature di Buddha delle paludi sensibili alla Forza?
Il paradosso, tuttavia, è che svelare completamente questo mistero potrebbe renderlo meno affascinante. Se esistesse davvero una razza di extraterrestri sensibili alla Forza, logicamente avrebbero conquistato la galassia conosciuta o sarebbero rimasti confinati sul proprio pianeta – quale sarebbe la necessità di inventare ruote, carrucole o astronavi quando si può usare la telecinesi per spostare oggetti giganteschi su distanze infinite? Per quanto pensiamo di aver bisogno di sapere da dove viene Grogu, forse non ne abbiamo davvero bisogno.

Se il viaggio verso il Pianeta Yoda deve avvenire, sarebbe più efficace collocarlo alla fine di una trilogia che abbia prima rivitalizzato Star Wars sul grande schermo, dimostrando che la saga è ancora capace di meraviglia autentica e non solo di gestione della continuità del franchise.
Il vero test per The Mandalorian and Grogu sarà dimostrare che Star Wars può ancora funzionare come esperienza cinematografica definita, non come televisione espansa su schermo gigante. Il franchise ha sempre fatto grande uso delle profezie: Yoda scruta il futuro, l’Imperatore proclama che tutto procede esattamente come ha previsto, Darth Vader respira presagi di sventura attraverso la griglia del suo elmo. Ma nemmeno i più onniscienti tra i Jedi avrebbero potuto predire che il destino di Star Wars al cinema sarebbe dipeso da un cacciatore di taglie mascherato e da una piccola creatura verde diventata fenomeno culturale.
Il film di Favreau non ha solo il compito di intrattenere: deve riaffermare la rilevanza di Star Wars come fenomeno cinematografico e dimostrare che esiste ancora una ragione per cui queste storie debbano essere raccontate su grande schermo. Altrimenti, il franchise continuerà a esistere, ma prevalentemente come prodotto seriale, con il cinema ridotto a occasionale appendice di ciò che funziona in streaming.
Per un universo nato proprio per ridefinire cosa potesse essere un film d’avventura, sarebbe un epilogo paradossale.












