Spike Lee non ha usato mezze misure. Il regista di Fa’ la cosa giusta, collaboratore storico di Michael Jackson, ha risposto alle critiche piovute sul nuovo biopic dedicato al Re del Pop con un argomento tanto semplice quanto disarmante: come si può accusare un film di omettere eventi che nel periodo raccontato non erano ancora accaduti?
Michael, diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, nipote della leggenda della musica, copre un arco temporale preciso: dal 1966, quando il giovane Michael muoveva i primi passi con i Jackson 5, fino al 1988, apice della sua carriera solista. Un periodo di ascesa artistica, pressioni familiari e industriali, genio creativo. Ma anche un periodo che si chiude cinque anni prima del 1993, anno in cui la famiglia di John Chandler, allora tredicenne, presentò la prima accusa civile di abusi sessuali contro la star. Quel caso si concluse nel 1994 con un accordo extragiudiziale da 22 milioni di dollari.
La tempistica, per Lee, è tutto. Intervenendo in un’intervista rilasciata alla CNN, il regista ha tagliato corto con chi ha bersagliato il film per l’assenza di riferimenti agli scandali: molti critici stanno giudicando Michael per quello che non c’è, ignorando completamente la coerenza temporale della narrazione. Chiedere a un biopic ambientato tra gli anni Sessanta e Ottanta di affrontare controversie degli anni Novanta, secondo Lee, equivale a pretendere che un film preveda il futuro.

Ma la difesa del regista non si ferma alla cronologia. Lee ha rivelato un retroscena produttivo che getta nuova luce sulla questione: inizialmente, il team creativo aveva effettivamente inserito delle scene che mostravano le autorità investigare Neverland Ranch, la celebre tenuta di Jackson. Quelle sequenze erano state girate e avrebbero dovuto far parte del montaggio finale. Tuttavia, una clausola nell’accordo di transazione con Chandler impediva esplicitamente l’uso della sua immagine o qualsiasi riferimento a lui in produzioni cinematografiche.
Il risultato? Una riscrittura completa dell’intero terzo atto. Il cast è stato richiamato per girare nuove scene. Una scelta non ideologica, ma vincolata da obblighi legali concreti.
La questione solleva un dibattito più ampio: quanto deve essere “completa” una biografia cinematografica? I biopic sono opere d’arte che scelgono un punto di vista, un arco narrativo, un focus specifico, oppure devono trasformarsi in documentari giudiziari che rendono conto di ogni aspetto controverso della vita del soggetto?

Michael ha scelto di concentrarsi sull’artista in formazione: il talento straordinario, il rapporto complicato con il padre Joe Jackson (interpretato da Colman Domingo), le pressioni devastanti dell’industria musicale. Un ritratto dell’uomo prima dello scandalo, dell’icona prima della caduta. Non un processo postumo.
E il pubblico, nonostante le recensioni feroci, ha risposto. Le sale cinematografiche hanno registrato incassi significativi. Lee ha sottolineato proprio questo: al di là delle stroncature, la gente continua ad affollare i cinema per vedere la storia del Re del Pop. L’interesse per la figura di Michael Jackson rimane altissimo, polarizzante quanto irriducibile.
La difesa di Lee tocca un nervo scoperto nel dibattito culturale contemporaneo: il confine tra rappresentazione artistica e responsabilità storica, tra narrazione e giudizio. Michael non pretende di essere l’ultima parola su Jackson. È uno sguardo su un periodo specifico, con i limiti e le scelte che ogni racconto comporta. Lee lo sa. E chi critica senza considerare la cronologia, secondo lui, sta semplicemente guardando il film sbagliato.












