Il 5 maggio 1821 moriva a Sant’Elena Napoleone Bonaparte. Quella data diventò immortale anche grazie ad Alessandro Manzoni, che scrisse l’ode dedicata all’imperatore in pochi giorni, trasformando la cronaca della morte in documento storico e poetico. “Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno” sintetizzava le campagne del condottiero che aveva ridisegnato l’Europa, ma anche il peso simbolico di una figura destinata a non scomparire mai davvero.
Il cinema lo ha capito presto. Napoleone è uno dei personaggi storici più rappresentati sullo schermo, incarnato da attori di ogni nazionalità ed epoca: da Renato Rascel a Marlon Brando, da Rod Steiger a Ian Holm, fino a Joaquin Phoenix nell’ultima versione firmata Ridley Scott nel 2023.
Il capostipite: Abel Gance e il monumento del 1927
Dopo alcuni cortometraggi degli albori, il primo vero monumento cinematografico dedicato a Napoleone arriva nel 1927 con Napoléon di Abel Gance. Il film, tecnicamente rivoluzionario per l’epoca, seguiva il giovane Bonaparte durante le campagne d’Italia attraverso l’interpretazione intensa di Albert Dieudonné. Gance utilizzò soluzioni innovative per il montaggio e la fotografia, rendendo il film una pietra miliare del cinema muto. Venne successivamente restaurato e riproposto in versione integrale da Kevin Brownlow, permettendo alle generazioni successive di riscoprirne la potenza visiva.
Lo stesso Gance tornò sul personaggio nel 1960 con La battaglia di Austerlitz, coproduzione franco-italo-jugoslava che raccontava l’incoronazione e la celebre vittoria militare. Un approccio meno sperimentale rispetto al lavoro precedente, ma comunque solido e spettacolare.
L’Italia e la commedia: Rascel e Sordi
Il cinema italiano ha affrontato Napoleone anche con la lente della parodia. Nel 1951 Carlo Borghesio diresse Napoleone con Renato Rascel protagonista, affiancato da Marisa Merlini nei panni di Giuseppina e da un cast che includeva Carlo Ninchi, Sergio Tofano e Raimondo Vianello. Il film rientrava nella tradizione del cinema storico-parodistico italiano, lo stesso filone che avrebbe visto Alberto Sordi e Totò protagonisti di altre operazioni simili.
Hollywood e le grandi produzioni: da Brando a Steiger
Hollywood ha sempre amato l’epica napoleonica. Nel 1954 Sacha Guitry diresse Napoleone Bonaparte, con Daniel Gélin e Raymond Pellegrin a dividersi il ruolo nelle diverse fasi della vita dell’imperatore, e un cast stellare che includeva Orson Welles nei panni di Talleyrand e Jean Gabin. Il film tentava di abbracciare l’intera esistenza del protagonista, con Guitry stesso a narrare la vicenda.

Ma il vero colossal arrivò nel 1970 con Waterloo di Sergei Bondarchuk, prodotto da Dino De Laurentiis e musicato da Nino Rota. Il film vinse il David di Donatello e divenne celebre per quella che molti considerarono la più grande scena di battaglia mai realizzata: 16.000 comparse dell’Armata Rossa ricrearono lo scontro finale che segnò la caduta definitiva di Napoleone. Rod Steiger interpretò un imperatore cupo e consapevole del proprio destino, affiancato da Christopher Plummer nel ruolo del Duca di Wellington e ancora Orson Welles, questa volta Re Luigi XVIII.
Nel 1954, Désirée di Henry Koster aveva invece portato sullo schermo Marlon Brando nei panni di Napoleone, accanto a Jean Simmons che interpretava il suo primo amore, poi divenuta regina di Svezia. Il film esplorava la corte napoleonica attraverso gli occhi di Désirée Clary, moglie del maresciallo Bernadotte, offrendo una prospettiva laterale rispetto alla narrazione epica tradizionale.
Gli amori: Maria Walewska, Giuseppina e Désirée
Il rapporto con le donne ha rappresentato un filone narrativo autonomo nella filmografia napoleonica. Nel 1937 Maria Walewska di Clarence Brown portò sullo schermo Charles Boyer e Greta Garbo, ricostruendo la storia d’amore tra Napoleone e la nobildonna polacca con la raffinatezza del grande cinema hollywoodiano in costume. Boyer ricevette una nomination all’Oscar.
Nel 1994 la produzione televisiva Napoleone e Giuseppina di Richard T. Heffron, divisa in tre parti, si concentrò sulla relazione centrale della vita dell’imperatore, con Armand Assante e Jacqueline Bisset protagonisti di una ricostruzione accurata del periodo imperiale.
Nel 2002 la miniserie europea Napoléon tentò di raccontare l’intera esistenza del personaggio in quattro episodi ad alto budget, con un cast internazionale di lusso: Christian Clavier nel ruolo del protagonista, Isabella Rossellini, Gérard Depardieu nei panni di Fouché e John Malkovich come Talleyrand. La narrazione puntava all’accuratezza storica e alla completezza biografica.
L’esilio, il mistero, l’ironia: da Virzì a de Caunes
Gli ultimi anni e la morte di Napoleone hanno generato approcci differenti. Nel 2003 Antoine de Caunes firmò Monsieur N., un thriller storico ambientato durante l’esilio a Sant’Elena che interrogava il mistero della morte dell’imperatore, mettendo in dubbio che fosse davvero lui a spirare sull’isola. Philippe Torreton interpretò l’esule in un’atmosfera opprimente e investigativa.

Paolo Virzì nel 2006 realizzò N — Io e Napoleone, tratto dal romanzo Premio Strega di Ernesto Ferrero. Un film sottovalutato e poco ricordato, con Daniel Auteuil protagonista in italiano, affiancato da Monica Bellucci e da un cast giovane che includeva Elio Germano, Valerio Mastandrea, Francesca Inaudi e Sabrina Impacciatore.
Anche Woody Allen ha portato in scena il personaggio, seppur in chiave comica, in Amore e guerra del 1975.
Ridley Scott e il Napoleone del nuovo millennio
Nel 2023 Ridley Scott ha realizzato Napoleon, kolossal da 200 milioni di dollari con Joaquin Phoenix e Vanessa Kirby. Il film ha suscitato discussioni e critiche da parte degli storici per alcune licenze narrative, ma ha offerto un taglio particolare: al centro non c’è solo l’epica militare, ma la relazione tormentata e altalenante con Joséphine. Scott ha dato al protagonista un’umanità destabilizzante, presentandolo come figura complessa e contraddittoria. Le battaglie mantengono l’impatto spettacolare, ma è la dimensione psicologica a emergere con forza.
Scott stesso aveva già esplorato il mondo napoleonico nel 1977 con I duellanti, opera prima incentrata su due ufficiali dell’esercito francese e il loro ossessivo duello personale.
Guerra e Pace e l’affresco tolstoiano
Napoleone compare anche nei grandi adattamenti di Guerra e Pace di Lev Tolstoj, il romanzo che resta il più ampio affresco letterario dell’era napoleonica. Nel 1956 King Vidor diresse la versione con Audrey Hepburn e Henry Fonda. Nel 1968 Sergei Bondarchuk realizzò un’opera monumentale di oltre sette ore, vincitrice dell’Oscar come miglior film straniero, che raccontava la Russia aristocratica travolta dalla campagna napoleonica.
Manzoni, la poesia e il cinema
“Il cinque maggio” di Alessandro Manzoni venne scritto nel 1821, subito dopo la morte di Napoleone. L’ode non è un semplice elogio funebre: è un testo che fotografa l’eco di una vita trasformata in documento e mito. Manzoni scrive con la penna del cronista consapevole di essere testimone, non celebrante. La struttura della poesia è una sintesi potente: dopo due strofe arriva la svolta, con l’antitesi “lui era, noi siamo”. Non è retorica, ma interrogazione politica. Quel “noi” rappresenta il primo germe di un’identità collettiva ancora senza nome né confini.
Il 1821 è l’anno della repressione dei moti lombardo-veneti, di carbonari fucilati e censura. Scrivere “un popolo è con te” diventa, in quel contesto, un atto con implicazioni politiche. Il lutto per l’imperatore straniero si trasforma in pretesto per nominare l’Italia senza nominarla direttamente.

Le “piaghe, memorie, tante / e di sangue e di lustro” sono l’inventario della Storia maiuscola, quella che Manzoni racconterà anche nei Promessi Sposi, dove la guerra è fame e miseria, non trombe ed eroi. Nel “Cinque maggio” il giudizio è sospeso: il poeta conta i morti senza condannare né esaltare, con la consapevolezza che il giudizio appartiene al tempo, non al verso.
La modernità del testo sta nell’apertura: Manzoni non chiude, non celebra il finito, ma indica l’aperto. Napoleone è già passato, l’Italia sta nascendo. Due secoli dopo, quando si leggono quei “fiumi di sangue”, il richiamo ai conflitti del presente non è forzatura: è profezia scritta in forma di requiem.
Il cinema ha raccolto quell’eredità, continuando a interrogare la figura di Napoleone attraverso epoche, tecnologie e sensibilità diverse. Dalla grandezza visionaria di Abel Gance alla riflessione psicologica di Ridley Scott, passando per il romanticismo hollywoodiano e la leggerezza italiana, l’imperatore francese continua a vivere sullo schermo. Come scriveva Manzoni, i posteri hanno dato la loro sentenza: Napoleone resta immortale, anche attraverso le immagini in movimento.












