Il momento più significativo della cerimonia di presentazione dei candidati ai David di Donatello 2026 non è arrivato dall’annuncio di una nomination attesa o dal discorso di un protagonista del grande schermo. È arrivato dalla voce di Piera Detassis, che ha letto in diretta su Rai Uno, davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’estratto di una lettera che rappresenta qualcosa di più di un appello: è una dichiarazione di esistenza.
«I governi si alternano, il cinema resta. Ha un respiro più lungo, una memoria più profonda.» Queste parole, firmate da tutte le associazioni di categoria del settore cinema e audiovisivo italiano – oltre quaranta sigle che rappresentano complessivamente più di 120.000 lavoratori e lavoratrici – non chiedono privilegi. Chiedono visibilità per chi il cinema lo fa davvero, lontano dai riflettori: sceneggiatori, scenografi, truccatori, montatori, macchinisti, esercenti, operatori di festival, tecnici del suono, casting director, amministratori di produzione.
Professioni che appartengono a una galassia frammentata, spesso invisibile, fatta di contratti discontinui, tutele inesistenti o insufficienti, diritti fondamentali ancora da conquistare. Disoccupazione, congedo parentale, malattia, pensione: non sono bonus, dovrebbero essere normalità. Eppure per migliaia di persone che lavorano nel cinema italiano, non lo sono.
Un appello che ha trovato risposta
La forza di questa lettera sta nella sua firma collettiva. Non è un singolo sindacato che rivendica, non è una categoria che protesta. Sono tutti insieme: autori, produttori, distributori, esercenti, maestranze, associazioni cattoliche e laiche, festival, casting director, agenti, rappresentanti di artisti. Un fronte unico che attraversa tutte le fasi della filiera, dalla scrittura alla sala, passando per l’animazione, il documentario, gli effetti speciali.
Il testo completo della lettera, letta durante la cerimonia al Quirinale, è un documento che intreccia urgenza e dignità. Non c’è retorica corporativa, non ci sono minacce. C’è una richiesta di ascolto reale: «Che il confronto con le istituzioni sia reale, aperto e costruttivo. Un confronto che eviti che ogni segnale di allarme si trasformi in uno scontro ideologico, e si concentri sul trovare insieme al più presto regole condivise per garantire la stabilità e l’equilibrio dei sostegni pubblici al settore, e soprattutto la dignità di tutti i lavoratori e lavoratrici che ne fanno parte.»
La risposta del Presidente Mattarella è arrivata nel discorso ufficiale che ha chiuso la cerimonia: «Oggi la comunità del cinema manifesta una diffusa preoccupazione per il futuro. Abbiamo poc’anzi ascoltato la Presidente Detassis. A questo riguardo ho ricevuto e letto anch’io con vero interesse un documento delle associazioni del settore cinema e audiovisivo. Sono certo, anche avendo ascoltato le parole del Ministro Giuli, che si riuscirà a trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze.»
Non è una promessa risolutiva, ma è un riconoscimento. Il fatto che il Capo dello Stato abbia accolto pubblicamente la preoccupazione espressa dal settore, citando esplicitamente il documento ricevuto, ha un peso simbolico e politico non trascurabile. Mattarella ha sempre sottolineato il ruolo della cultura come bene comune e strumento di coesione democratica. Questa volta, il cinema italiano gli ha chiesto di esserci non solo come garante, ma come interlocutore di un dialogo che deve partire adesso.
Perché non c’è Italia senza cinema
La lettera si chiude con una formula che potrebbe sembrare enfatica, ma che invece restituisce il senso profondo di questa mobilitazione: «Perché non c’è Italia senza Cinema.» Non è nazionalismo culturale. È la consapevolezza che il cinema – insieme all’animazione e al documentario – è uno dei linguaggi attraverso cui un Paese costruisce il proprio immaginario collettivo, racconta se stesso, si proietta nel mondo.
Il testo rivendica con chiarezza che il cinema non può essere ridotto a industria o intrattenimento. È memoria, identità, futuro. È uno strumento di narrazione plurale, diversificata, libera. È un diritto degli spettatori, oltre che un mestiere per chi lo produce.
Questa dimensione culturale e sociale è il cuore dell’appello. Le associazioni chiedono che il confronto con le istituzioni non si limiti all’aspetto finanziario, ma metta al centro l’aspetto creativo, la varietà delle voci, la sostenibilità delle carriere. Chiedono che il cinema sia trattato come un ecosistema complesso, non come un capitolo di bilancio da tagliare o gonfiare a seconda delle convenienze politiche.
Un settore senza certezze
Il documento affronta senza giri di parole la condizione di precarietà strutturale che attraversa il settore. I produttori operano con risorse instabili e normative in continua evoluzione. Gli autori e le autrici si confrontano con un mercato in trasformazione accelerata, dove le piattaforme globali ridefiniscono i confini della distribuzione e della fruizione. Le maestranze vivono di contratti a termine, senza la rete di protezione che dovrebbe garantire una vita dignitosa tra un progetto e l’altro.

L’accento sulla discontinuità del lavoro è centrale. Molte delle professioni del cinema non seguono il modello del lavoro dipendente stabile. Sono attività autonome, intermittenti, stagionali. Eppure chi le svolge non può permettersi di essere trattato come un freelance occasionale: il cinema si fa con competenze altissime, che richiedono anni di formazione e aggiornamento costante. La discontinuità non è una scelta, è la natura stessa del settore. Ma questo non può tradursi in assenza di diritti.
Il contesto: una stagione di tensioni
L’appello delle associazioni non nasce nel vuoto. Arriva in un momento di tensione crescente tra il settore e le istituzioni, dopo mesi in cui segnali di allarme e richieste di confronto sono rimasti spesso inascoltati o sono stati liquidati con risposte frettolose. La lettera parla esplicitamente di «scontro ideologico» da evitare: un riferimento implicito a dinamiche recenti in cui il dibattito pubblico sul cinema si è polarizzato, scivolando su terreni che poco hanno a che fare con le politiche culturali e molto con la propaganda.
Il fatto che tutte le associazioni abbiano firmato insieme – dalle storiche ANICA e ANAC ai più giovani collettivi di sceneggiatori, dalle sigle sindacali a quelle di categoria – testimonia la gravità della situazione percepita. Non è un appello di parte: è un appello di sistema.
Il Quirinale come luogo simbolico
La scelta del Quirinale come cornice per la lettura pubblica della lettera non è casuale. La cerimonia di presentazione dei candidati ai David di Donatello, trasmessa in diretta su Rai Uno, è uno dei pochi momenti in cui il cinema italiano si mostra al Paese come comunità coesa, prima ancora che come industria o vetrina di volti famosi. Leggere l’appello davanti al Presidente della Repubblica, in diretta televisiva, è un gesto che ha il peso di un atto istituzionale.
Piera Detassis, presidente della Fondazione Accademia del Cinema Italiano, ha scelto di dare voce a questo documento sapendo che sarebbe diventato il momento più politico della serata. Non nel senso partitico del termine, ma nel senso più alto: quello che riguarda il bene comune, le scelte di lungo periodo, la responsabilità collettiva.
Cosa succede adesso
La risposta di Mattarella ha aperto una porta, ma ora serve che quella porta venga attraversata. Il Presidente ha citato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, esprimendo fiducia nella possibilità di trovare «un punto di equilibrio tra le diverse esigenze». È un invito alla politica a prendere sul serio l’appello, a non lasciare che si dissolva nel rumore di fondo delle cronache quotidiane.
Le associazioni hanno chiesto regole condivise, stabilità dei sostegni pubblici, tutele per i lavoratori. Non hanno chiesto l’impossibile: hanno chiesto che il cinema venga trattato come un settore strategico, non come un lusso sacrificabile. Hanno chiesto che chi ci lavora possa farlo con dignità, che chi produce possa programmare senza temere che i fondi spariscano da un anno all’altro, che chi racconta storie possa farlo in un contesto di pluralismo e libertà.
La sfida adesso è trasformare questo appello in un tavolo di confronto vero, dove le parole diventino politiche concrete. Il cinema italiano ha dimostrato ancora una volta di saper parlare con una voce sola quando serve. Tocca alle istituzioni dimostrare di saper ascoltare.












