Home CuriositàMeryl Streep contro la “marvelizzazione” del cinema: quando i personaggi diventano stereotipi

Meryl Streep contro la “marvelizzazione” del cinema: quando i personaggi diventano stereotipi

L'attrice riflette sulla tendenza hollywoodiana a semplificare i personaggi in buoni e cattivi, durante la promozione di The Devil Wears Prada 2.

by Valeria Bernardo

Meryl Streep ha sempre incarnato personaggi impossibili da etichettare. Miranda Priestly ne è l’esempio perfetto: capo spietata e icona del potere, ma anche figura stratificata, capace di momenti di vulnerabilità inaspettata. Ed è proprio parlando del ritorno di questo personaggio in The Devil Wears Prada 2 che l’attrice ha lanciato una riflessione critica sul cinema contemporaneo.

Durante un’intervista con l’Hits Radio Breakfast Show, l’intervistatrice Fleur East ha notato come il sequel esplori un lato più intimo dell’editor-in-chief di Runway, approfondendo sfumature che nel primo film restavano più nascoste. La risposta di Streep è andata oltre il semplice commento sul suo personaggio, trasformandosi in un’osservazione più ampia sul modo in cui oggi vengono costruite le storie al cinema.

“Non lo so. Penso che tu ne abbia una visione realistica,”

ha detto la tre volte vincitrice dell’Oscar.

“Credo che ora tendiamo a ‘marvelizzare’ i film – abbiamo i cattivi e abbiamo i buoni – ed è così noioso.”

L’attrice non si è limitata alla critica, ma ha spiegato cosa rende davvero interessante una narrazione cinematografica:

“Ciò che è davvero interessante della vita è che alcuni degli eroi sono imperfetti e alcuni dei cattivi sono umani, interessanti e hanno i loro punti di forza. Quindi questo è ciò che mi piace di questo film. È più disordinato.”

Il termine “marvelizzare” non rappresenta necessariamente un attacco diretto al Marvel Cinematic Universe, quanto piuttosto l’identificazione di una tendenza più ampia nel cinema blockbuster: la riduzione dei personaggi a funzioni narrative semplici, dove la complessità morale lascia spazio a dicotomie nette tra bene e male.

The Devil Wears Prada 2 sembra andare nella direzione opposta. Il sequel riprende la relazione conflittuale tra Miranda e Andy Sachs (Anne Hathaway), ora ex assistente e quasi protetta, in un momento in cui l’editrice deve affrontare critiche pubbliche e le pressioni di un’industria editoriale in crisi. Andy, dal canto suo, cerca ancora una volta l’approvazione della sua mentore mentre persegue il suo percorso nel giornalismo d’inchiesta.

Il film riunisce anche Emily Blunt, Stanley Tucci, Tracie Thoms e Tibor Feldman dal cast originale, affiancati dai nuovi arrivi Kenneth Branagh, Simone Ashley, Lucy Liu, Justin Theroux, B.J. Novak, Pauline Chalamet, Rachel Bloom, Patrick Brammall, Conrad Ricamora e Lady Gaga.

Nonostante recensioni tiepide da parte della critica, il pubblico ha accolto il sequel con entusiasmo sia al botteghino che nel dibattito online. Il film ha debuttato con un incasso stimato tra i 75 e gli 80 milioni di dollari nel weekend di apertura negli Stati Uniti, raggiungendo circa 115 milioni di dollari a livello globale.

Le parole di Streep arrivano in un momento particolare per Hollywood, dove il successo commerciale dei franchise basati su supereroi ha inevitabilmente influenzato anche progetti di altro tipo. La tensione tra narrazione articolata e formule consolidate rimane uno dei dibattiti centrali nell’industria cinematografica contemporanea.

CANNES, FRANCE – MAY 15: Meryl Streep attends a rendez-vous with Meryl Streep at the 77th annual Cannes Film Festival at Palais des Festivals on May 15, 2024 in Cannes, France. (Photo by Sebastien Nogier – Pool/Getty Images)

Miranda Priestly resta un personaggio che sfugge alle classificazioni facili proprio perché contiene contraddizioni: esigente fino alla crudeltà ma professionalmente impeccabile, distante eppure capace di momenti di connessione umana inattesa. È questa ambiguità a renderla memorabile, molto più di quanto potrebbe fare una semplice etichetta di “villain” o “eroina”.

Il richiamo di Streep alla “disordine” narrativo è essenzialmente un invito a recuperare la complessità come valore: i personaggi più riusciti sono quelli che riflettono le sfumature della condizione umana, con le sue incoerenze e i suoi paradossi. Nel tentativo di creare storie universalmente comprensibili e commercialmente sicure, il rischio è perdere proprio quella profondità che rende il cinema capace di rispecchiare davvero la vita.

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