Lo sguardo di Golda Meir continua a interrogare il cinema senza mai concedersi del tutto. Quarto premier d’Israele e prima donna a guidare il governo del Paese, nata a Kiev il 3 maggio 1898, Meir ha attraversato il Novecento come una figura di resistenza prima che di carisma: insegnante, attivista, diplomatica, ministra degli Esteri, infine leader durante la Guerra del Kippur, uno dei momenti più traumatici della storia israeliana.
La sua biografia ufficiale è già drammaturgia, eppure ciò che resiste a ogni tentativo di sintesi è proprio la sua opacità emotiva. Una leadership costruita più sull’ostinazione che sulla retorica, più sul silenzio che sul gesto. E il cinema, quando prova a raccontarla, finisce sempre per rivelare qualcosa di sé: il bisogno di ordine, o quello di frattura.
La pressione psicologica di Helen Mirren
In Golda (2023), il regista Guy Nattiv sceglie una via radicale: ridurre il campo, chiudere lo spazio, trasformare la guerra in una serie di stanze, telefoni, silenzi. Non c’è epica, ma compressione. Helen Mirren incarna una Meir quasi assediata dal tempo, oltre che dai nemici. Il volto trasformato dal trucco, appesantito, diventa una superficie di registrazione del potere. Ogni sigaretta accesa è un gesto che tiene insieme controllo e cedimento.

La Meir del film non guida soltanto una nazione: trattiene il collasso. La scelta più radicale è sottrarre spettacolo alla guerra per restituirla come pressione psicologica. Eppure, proprio in questa concentrazione, il film sfiora un limite: riducendo Golda Meir al momento della crisi, la cristallizza, la rende icona tragica, ma rischia di sottrarle quella stratificazione politica e biografica che la rende, storicamente, così controversa.
Il testamento di Ingrid Bergman
Quarant’anni prima, Una donna di nome Golda (1982) affidava a Ingrid Bergman il compito opposto: non comprimere, ma dispiegare. La miniserie di Alan Gibson attraversa l’intero arco esistenziale della protagonista, costruendo una narrazione che ha il respiro del romanzo biografico. Qui Meir è ancora leggibile. Le sue contraddizioni vengono integrate in una struttura narrativa che tende alla riconciliazione: la donna, la madre, la leader.
Bergman, nel suo ultimo ruolo, porta con sé una qualità quasi testamentaria. Il suo corpo attoriale diventa archivio, memoria incarnata. Ma questa ampiezza narrativa ha un prezzo: nel tentativo di rendere Golda Meir accessibile, la narrazione smussa gli angoli più duri, attenua le zone d’ombra. La complessità politica si trasforma in destino personale. È un cinema che costruisce il mito, più che interrogarlo.
I diari della BBC e la voce filtrata dal potere
Con Golda’s War Diaries (2023), il dispositivo documentario cambia ancora prospettiva. Realizzato dalla BBC in occasione del 50° anniversario della Guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973, quarto conflitto arabo-israeliano), il documentario non costruisce un personaggio, ma ne mostra le tracce. I protocolli ufficiali, le registrazioni, i documenti diventano la materia prima di una narrazione che tenta di avvicinarsi alla verità attraverso l’archivio.

Eppure, anche qui, la presenza di Meir resta mediata: la sua voce emerge filtrata dalla burocrazia del potere. Le parole, formalizzate, perdono l’urgenza del momento ma guadagnano una nuova ambiguità: cosa resta di una decisione, quando viene trascritta? Quanto di umano sopravvive nella lingua istituzionale?
Una figura che resiste alla rappresentazione
Raccontare Golda Meir al cinema significa confrontarsi con una figura che resiste alla rappresentazione lineare. Non è un’eroina classica, non è un’antagonista, non è nemmeno un simbolo facilmente decifrabile. È, piuttosto, un punto di tensione. Il cinema sembra oscillare tra due poli: da un lato, la tentazione di umanizzarla attraverso il corpo dell’attrice; dall’altro, il rischio di ridurla a funzione storica.
Tra Bergman e Mirren si apre uno spazio significativo: quello in cui Golda diventa, alternativamente, mito o reliquia. Ma forse la sua vera presenza cinematografica sta altrove. Non nella ricostruzione totale, né nella fedeltà documentaria, ma nella possibilità di accettare l’incompiutezza.
Golda Meir, in fondo, è una figura che sfugge perché è stata costantemente dentro il conflitto: non solo quello geopolitico, ma quello tra identità privata e ruolo pubblico, tra vulnerabilità e decisione. E resta lì, immobile e insondabile, tra una sigaretta e una pausa, come un’immagine che non smette di interrogare chi la guarda.












