Gianni Amelio riceverà il David di Donatello alla carriera nell’edizione 2026. Non si tratta solo di un riconoscimento per il passato, ma di un premio “in carriera”, come sottolineato dalla presidente dei David, Piera Detassis, che celebra un autore ancora attivo e capace di interrogare il presente. L’ultimo film, Campo di battaglia (2024), conferma un percorso mai interrotto, con un nuovo progetto già annunciato: Nessun dolore, atteso nei prossimi mesi.
L’opera di Amelio attraversa cinquant’anni di cinema italiano con una coerenza stilistica che ha saputo coniugare sguardo personale e tensione civile. Dal debutto televisivo La fine del gioco (1970) a Il ladro di bambini (1992), capolavoro che ha consacrato la sua cifra espressiva, il regista calabrese ha costruito un cinema umanista, refrattario alle etichette, capace di accogliere insieme Rossellini e De Sica, l’epica e il quotidiano, la favola e la cronaca.
Amelio viene spesso definito “regista dei bambini”, per film come Il piccolo Archimede (1979) e appunto Il ladro di bambini, opere che hanno mostrato uno sguardo empatico, asciutto, privo di sentimentalismi. Ma la sua filmografia è soprattutto incentrata sui rapporti tra figli e padri, cardine melodrammatico che attraversa Colpire al cuore (1983), dedicato alle famiglie lacerate dal terrorismo, Le chiavi di casa (2004), Il primo uomo (2011) e La tenerezza (2017).

I conflitti occupano un posto centrale: quelli tra amici e colleghi nel contesto della Storia (I ragazzi di via Panisperna, 1988), quelli tra fratelli destinati a logorarsi (Così ridevano, 1998, mélo di impronta viscontiana), quelli che attraversano un’Europa disperata come in Lamerica (1994), viaggio verso una terra promessa che non esiste.
Il cinema di Amelio è civile nel senso meno ideologico del termine: d’opposizione perché disinteressato a stare dalla parte di chi vince. Porte aperte (1990) si schiera contro la pena di morte, Campo di battaglia contro l’orrore della guerra. La memoria diventa strumento di lotta civile in Hammamet (2020), su un ex potente che fa di tutto per non essere dimenticato, e in Il signore delle formiche (2022), che espande il discorso personale già avviato con Felice chi è diverso (2014), denunciando il cinismo borghese di un sistema spietato.
Detassis ha dichiarato che Amelio “merita un posto speciale nella nostra storia culturale”, incarnando un cinema fatto “per passione, per identificazione, per la capacità affabulatoria, per la capacità unica di coniugare visione, pura immaginazione e forte sentimento civile e sociale”. Un premio che arriva mentre il regista continua a lavorare, a interrogare il mondo con lo stesso nitore espressivo degli esordi.












