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Recensione: “Nino”, una storia di malattia e accettazione

Esce il 30 aprile nelle sale Nino, film di Pauline Loquès premiato lo scorso anno al Festival del Cinema di Roma.

by Elena Di Stasio

Film francese dai ritmi non troppo frenetici, racconta la storia del giovane Nino, che va in ospedale per un controllo che dovrebbe essere di routine e ne esce con la diagnosi di un tumore alla gola e la necessità di cominciare la terapia nell’arco di tre giorni. Queste sono le premesse di un film che, ambientandosi nell’arco di un solo weekend, offre allo spettatore la possibilità di entrarein diretto contatto con l’imprevisto, sentendosi preso in causa e quasi subito in empatia con il protagonista, con il suo sgomento e la sua incredulità.

Nino è da una parte una storia di malattia, dall’altra racconta quanto può essere difficile accettare un cambiamento imprevisto e radicale.

La vita umana, in generale, è costellata di imprevisti. Dai più piccoli, come il dimenticare il cellulare a casa, a cose molto più gravi e dai risvolti tragici, come appunto la scoperta di una malattia. Come poi l’individuo decida di affrontare questi imprevisti non è dato a sapersi. Quello che si può fare, al massimo, è immaginare come noi potremmo reagire in quelle situazioni. Personalmente non sono d’accordo con tutto ciò che il protagonista fa in questo film, ma al tempo stesso non riesco nemmeno a fargliene del tutto una colpa.

L’inizio quasi in media res

Il film prende il via quasi come se ci trovassimo già nel mezzo di un’azione, pochi preamboli e dritti al punto. È un venerdì e siamo in ospedale, dove Nino è andato a ritirare dei referti; aveva fatto degli esami perché si sentiva “particolarmente stanco” e con qualche fastidio alla gola deglutendo. Il risultato è una diagnosi di cancro alla gola e una terapia da iniziare entro lunedì.

Tutto questo lo scopriamo nei primi due minuti di film, e per quanto fosse specificato nella sinossi la scelta di dare questo schiaffo neanche troppo metaforico allo spettatore permette di avere un’immedesimazione ancora più profonda con ciò che accade. Questo perché ci viene mostrato qualcosa che se non avviene esattamente così nella vita di tutti i giorni è quantomeno abbastanza verosimile.

Dal momento in cui riceve la notizia Nino è stranito e spaventato. Sente la paura, non sa esattamente che fare e sembra muoversi per inerzia alle richieste dei medici. Processare una notizia simile è complesso, ancora di più se si decide di volerlo fare da soli. Quello che il ragazzo dovrà fare è esattamente questo: decidere nell’arco di tre giorni se iniziare a sottoporsi alle cure e chiedere aiuto, accettando così la realtà datagli dalla malattia, o continuare a nascondere la testa sotto la sabbia.

Decidere in un tempo limitato

La scelta di ambientare l’intero film (e conseguentemente anche la decisione del protagonista) nell’arco di in weekend non è casuale: simboleggia infatti urgenza, bisogno e al contempo anche riflessione e presa di coscienza. Spesso, a meno che non ci si trovi in una situazione di gravità, i tempi decisionali per intraprendere delle cure sono più dilatati, e questo potrebbe portare a nascondersi dietro lo scudo della paura e a non voler affrontare la cosa.

Nino questo non può farlo. Per quanto il tumore sia localizzato è necessario intervenire in tempo, ed ecco anche perché si trova a dover correre fino alla fine (metaforicamente parlando) per poter far congelare i suoi spermatozoi, qualora volesse avere figli in futuro. Il film segue il suo peregrinare per la città, tra voglia di parlare e confidare il suo problema e la paura di farlo. Una paura che non deriva dalla mancata comprensione altrui, ma dal fatto che nemmeno Nino riesce a prendere totale coscienza della realtà.

Parlare di una problematica simile nel momento in cui si ha paura diventa ancora più complesso, motivo per cui Nino si trova a confessarlo al suo migliore amico dopo aver bevuto qualche birra di troppo alla sua festa di compleanno. Non viene preso sul serio nell’immediato, ma la realizzazione del problema spiazza anche l’amico, che vorrebbe mandare tutti a casa. È invece solo Nino a lasciare la festa, tentando ancora di scendere a patti con quanto gli sta accadendo.

L’escamotage delle chiavi

Dalla sinossi del film si legge che il protagonista passa buona parte del film a girare per Parigi riflettendo sulla sua vita e cercando di prendere una decisione sul suo futuro. Questo è reso possibile da un escamotage narrativo semplice ma funzionale: all’inizio della storia, appena uscito dall’ospedale, si rende conto di aver perso le chiavi di casa e di non riuscire più a trovarle.

Il padrone di casa non gli risponde, e questo lo porta a vedere una serie di persone che forse, in altre circostanze, non avrebbe davvero avuto voglia di vedere. Prima sua madre, con la quale festeggia il suo compleanno, poi la sua ex che sta per trasferirsi, poi il suo migliore amico e infine una sua vecchia compagna delle medie. Le uniche persone con le quali riesce a parlare della sua malattia sono solamente le ultime due, ed entrambi hanno diversi approcci.

L’amico come prima cosa si preoccupa, gli chiede come può aiutarlo ma contemporaneamente si sente in difficoltà, non sapendo bene se sta reagendo nel modo giusto o sbagliato. Zoé invece, la vecchia compagna delle scuole medie, ascolta la sua storia in maniera totalmente aperta, arrivando anche ad aiutarlo nell’eiaculazione da portare poi in ospedale per poter congelare i suoi spermatozoi. Una cosa positiva che caratterizza entrambi i personaggi, inoltre, è la totale mancanza di giudizio nei confronti delle emozioni che Nino sta provando. C’è piuttosto, soprattutto da parte di Zoé, una comprensione e un’accoglienza che raramente si possono vedere in queste circostanze.

Tutto è bene quel che finisce bene?

Una cosa che mi preoccupava, durante la visione in sala, era che il tutto si andasse a chiudere con un finale aperto. Una scelta narrativa che può essere più o meno giusta in base al contesto, ma che personalmente non amo particolarmente; preferisco di gran lunga una conclusione definitiva di una dinamica, o quantomeno accennata. Fortuna vuole che Nino non abbia un finale aperto, o almeno, non proprio.

Sul finale arriviamo a lunedì, Nino si trova in ospedale, ha consegnato la provetta per congelare i suoi spermatozoi e deve intraprendere la prima seduta di chemioterapia. I medici gli dicono che il suo accompagnatore è già arrivato e lui si trova davanti il suo amico Sofian, che si scusa per quanto accaduto sabato sera e che promette di stargli accanto.

La seduta comincia, e lo spettatore rimane con quel barlume di speranza acceso tra il “ce la farà?” e il “non ce la farà?”. Nonostante questa apparente apertura finale non abbiamo davvero bisogno di una risposta definitiva. Come nella vita, tutto ciò che si può fare è aspettare e vedere, e se è vero che le attese non piacciono sono comunque necessarie allo sviluppo umano. E alla fine ognuno può sperare in ciò che preferisce, proprio come nella vita quotidiana.

FILM
3.5/5

Scheda tecnica

  • Genere: Drammatico
  • Nazione: Francia
  • Uscita: 30/04/2026
  • Durata: 96 min
  • Piattaforma / Distribuzione: Minerva Pictures
  • Produzione / Network: Blue Monday Productions, Belleville Production, France 2 Cinéma
  • Regia: Pauline Loquès
  • Sceneggiatura: Pauline Loquès, Maud Ameline
  • Fotografia: Lucie Baudinaud
  • Montaggio: Clémence Diard
  • Musiche: Thibault Deboaisne

Cast principale

  • Théodore Pellerin – Nino
  • William Lebghil – Sofian
  • Salomé Dewaels – Zoé
  • Jeanne Balibar – mamma di Nino
  • Camille Rutherford – Camille

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