Home FilmRecensione: “Il Diavolo veste Prada 2” non è il flop temuto, cosa funziona nel sequel atteso vent’anni

Recensione: “Il Diavolo veste Prada 2” non è il flop temuto, cosa funziona nel sequel atteso vent’anni

Il sequel atteso dal 2006 ha sorpreso positivamentele mie aspettative. Il suo punto di forza rimane il cast e le tematiche contemporanee.

by Mauro Terrone

A distanza di vent’anni dall’originale, Il Diavolo veste Prada 2 arriva nelle sale italiane dal 29 aprile con un peso considerevole sulle spalle: quello di un’eredità culturale costruita su oltre 327 milioni di dollari al box office mondiale e su uno status di fenomeno pop che ha attraversato generazioni. Dopo aver visto il film, diretto nuovamente da David Frankel, con sceneggiatura ancora firmata da Aline Brosh McKenna, devo ammettere che il risultato è migliore delle mie aspettative. Il sequel riesce a preservare lo spirito dell’originale senza adagiarsi sulla nostalgia fine a se stessa, un rischio concreto per ogni operazione di questo tipo in un panorama cinematografico saturo di reboot e revival.

Ritorno ai personaggi iconici

Meryl Streep torna nei panni di Miranda Priestly, l’inflessibile direttrice della rivista di moda Runway, mentre Anne Hathaway riprende il ruolo di Andy Sachs, ora non più assistente alle prime armi ma giornalista professionista. Emily Blunt ritorna come Emily Charlton, e Stanley Tucci completa il quartetto principale nel ruolo di Nigel Kipling. Tra i nuovi ingressi spiccano Justin Theroux, Kenneth Branagh, Simone Ashley, Lucy Liu e B.J. Novak, mentre compaiono in cameo Donatella Versace, Lady Gaga, Ciara e Ashley Graham.

Diversi commentatori hanno sottolineato come questa scelta tematica risulti contemporanea e, per chi lavora nel settore, persino dolorosa nella sua aderenza alla realtà. La rappresentazione resta comunque filtrata attraverso il tono della commedia mainstream americana, che tende a rendere glamour anche le difficoltà economiche, ma il tentativo di dare voce a una questione urgente viene riconosciuto come meritevole.

Alcuni hanno definito il film quasi un documentario sotto forma di commedia sul declino dei media tradizionali, un’operazione insolita per una produzione di largo consumo. La scelta di centrare la narrazione su questo tema viene percepita come un atto di coraggio, anche se accompagnata dall’inevitabile stilizzazione hollywoodiana che impedisce al racconto di affondare davvero nel disagio della precarietà.

Uno sguardo critico sul giornalismo contemporaneo

L’aspetto che mi ha colpito di più è il modo in cui il film affronta la crisi del settore editoriale. Se il primo capitolo usava il mondo della moda come sfondo glamour per una storia di ambizione e crescita personale, questo sequel sceglie di mettere in primo piano le difficoltà strutturali dei magazine cartacei, la precarietà del lavoro giornalistico e la perdita di influenza delle pubblicazioni tradizionali. Per chi lavora nel settore, certi passaggi fanno quasi male per quanto aderiscano alla realtà.

La rappresentazione resta comunque filtrata attraverso il tono della commedia mainstream americana, che tende a rendere glamour anche le difficoltà economiche, ma il tentativo di dare voce a una questione urgente va riconosciuto. C’è quasi qualcosa di documentaristico, sotto la superficie patinata: un’operazione insolita per una produzione di largo consumo, e per questo meritevole.

Struttura e parallelismi con l’originale

Il sequel ricalca in parte la struttura del primo film: Miranda con la sua posizione di potere sotto attacco, Andy in svantaggio rispetto alla sua superiore, una crisi che minaccia l’equilibrio fino a un finale che ribadisce la centralità di Streep. Lo leggo come una continuità rassicurante più che come ripetitività: McKenna mantiene il ritmo serrato e l’ironia pungente del primo capitolo, e l’umorismo funziona senza risultare anacronistico, un’impresa non banale, considerando quanto il linguaggio comico sia cambiato in vent’anni.

Qualità alte, limiti strutturali

Il difetto più evidente non è specifico di questo film, ma del genere: le difficoltà economiche e professionali vengono narrate ma mai davvero vissute dai personaggi, che continuano a muoversi in ambienti lussuosi e vestiti impeccabili anche quando dovrebbero trovarsi sull’orlo del collasso. Quell’attrito tra contenuto e forma rimane irrisolto, e il ritmo non è sempre equilibrato. Quello che salva tutto, e salva davvero, è il cast. Streep, Hathaway, Blunt e Tucci si riappropriano dei propri personaggi con una naturalezza disarmante, come se il tempo non fosse mai passato.

Un sequel che guarda al presente

Il Diavolo veste Prada 2 non cerca di sovvertire l’eredità dell’originale, ma di aggiornarla, portando i suoi personaggi nel 2026 con una consapevolezza reale delle trasformazioni culturali, economiche e tecnologiche degli ultimi vent’anni. Il rischio nostalgia è stato evitato. Resta da vedere quanto pubblico generalista sarà disposto a seguire una riflessione sul destino dei magazine cartacei, ma chi amava il primo film ha buone ragioni per tornare in sala.

FILM
4.5/5

Scheda tecnica

  • Genere: commedia, drammatico
  • Nazione: U.S.A.
  • Uscita: 29/04/2026
  • Durata: 119 min
  • Piattaforma / Distribuzione: 20th Century Studios
  • Produzione / Network: Wendy Finerman Productions, Sunswept Entertainment
  • Regia: David Frankel
  • Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna
  • Fotografia: Florian Ballhaus
  • Montaggio: Andrew Marcus
  • Musiche: Theodore Shapiro

Cast principale

  • Meryl Streep – Miranda Priestly
  • Anne Hathaway – Andrea "Andy" Sachs
  • Emily Blunt – Emily Charlton
  • Stanley Tucci – Nigel Kipling

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