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Recensione: “La verità migliore”: Lorenza Indovina ricostruisce il padre perduto nel disastro di Montagna Longa

Lorenza Indovina trasforma l'inchiesta sul disastro aereo del 1972 che uccise suo padre Franco in un viaggio intimo dentro la memoria, il lutto e la fragilità dei ricordi.

by Mauro Terrone

La sera del 5 maggio 1972, un DC-8 dell’Alitalia partito da Roma e diretto a Palermo si schianta contro Montagna Longa, nei pressi dell’aeroporto di Punta Raisi. A bordo muoiono centoquindici persone. Tra le vittime c’è anche Franco Indovina, regista siciliano inserito nel cuore del cinema italiano degli anni Sessanta, già collaboratore di Visconti, Antonioni, Rosi e De Sica, autore di opere come Latin Lover per I tre volti (1964), Ménage all’italiana (1965), Lo scatenato (1967) e Giuochi particolari (1970). La sua carriera, sospesa tra riconoscimento e promessa, si spezza sulla montagna. Sua figlia Lorenza ha appena sei anni.

Cinquant’anni dopo, al termine di uno spettacolo teatrale, alcuni parenti delle vittime avvicinano Lorenza Indovina, ormai attrice e regista. Sono convinti che quella tragedia nasconda una ricostruzione diversa dalla versione ufficiale, una responsabilità rimasta sepolta nelle carte e nel silenzio. Da quell’incontro nasce un’indagine che la coinvolge sempre più da vicino, ma il percorso del film si sposta presto oltre il terreno giudiziario.

La verità migliore parte dal disastro di Montagna Longa e trasforma l’inchiesta su una tragedia collettiva in un viaggio intimo dentro la memoria, il lutto e la figura perduta del padre. Il documentario procede tra archivi, testimonianze, immagini familiari e ipotesi mai sopite, trovando la sua forza più profonda quando lascia che la ricerca giudiziaria si apra a una verità affettiva, fragile, plurale, composta da ricordi parziali e immagini ricostruite.

Un gesto di pietas filiale sul luogo della perdita

Il film si apre con una scritta sospesa sul nero: “Il gioco è questo: cercare nel buio qualcosa che non c’è e trovarla”. La frase di Ennio Flaiano, posta da Lorenza Indovina all’inizio del documentario, contiene già il movimento segreto dell’opera: cercare un’assenza finché il vuoto comincia a produrre una forma, un contorno, una luce ostinata.

Il disastro aereo viene archiviato nel 1984 come incidente attribuito all’errore umano, ma attorno alla tragedia restano domande, testimonianze discordanti, interrogativi rimasti aperti. Sul caso si addensano versioni mai del tutto pacificate: testimonianze su un bagliore improvviso nel cielo, sospetti tecnici, ipotesi legate al clima politico di quei giorni, alla vigilia elettorale, alla presenza a bordo di un magistrato coinvolto in indagini delicate.

Lorenza Indovina entra in questo campo instabile di versioni con l’andatura apparente dell’inchiesta: ascolta, verifica, dispone frammenti, accosta voci, fotografie, documenti, ritagli di giornale, ricordi privati e materiali d’archivio. Sostenuto dalla fotografia di Clarissa Cappellani e da una struttura diaristica, il film diventa un gesto di pietas filiale: una veglia sul luogo della perdita, un atto di cinema capace di ricomporre quanto il tempo ha disperso, lasciando intatta la ferita.

Il gesto decisivo sta nella scelta di salire su Montagna Longa e piantarvi una tenda, come se il luogo della catastrofe dovesse diventare dimora provvisoria, camera funebre, osservatorio, spazio di veglia. Quella tenda sulla cima della montagna rappresenta una delle immagini più intense del documentario: fragile e ostinata, esposta al vento, sospesa tra la terra e il cielo, contiene il bisogno di restare là dove tutto è finito, di sostare per qualche tempo nel punto esatto della perdita.

La memoria come materia fragile e operosa

Del padre, Lorenza conserva schegge minime, più sensazioni che scene compiute: piccoli gesti domestici, apparizioni fotografiche, l’impressione infantile di una presenza capace di trasformare il gioco in incanto e il volo in desiderio. Il film nasce da questa povertà originaria del ricordo, dalla sproporzione tra l’enormità della morte e la fragilità delle tracce rimaste a una bambina.

Le immagini diventano così possibilità di ricostruzione, le testimonianze varianti del padre, i documenti frammenti di volto, l’archivio una piccola resurrezione imperfetta. Attorno a Lorenza si dispongono le voci dei familiari delle vittime. Ognuno porta con sé una versione, una domanda, un sospetto, una necessità. “I ricordi ce li aggiustiamo”, le dice Ilde, una delle parenti, e in quella frase dimessa il film trova una delle sue chiavi più profonde.

La memoria appare allora come una materia fragile e operosa, capace di deformare per proteggere, di ricomporre per sopravvivere, di consegnare a ogni superstite una forma possibile del passato. Lorenza Indovina assume questa instabilità senza trasformarla in arbitrio: realizza il film come un diario, affidando al mezzo cinematografico il ruolo di una penna interiore, lasciando spazio alle parole degli altri e ai propri pensieri, alle testimonianze e alle esitazioni, ai documenti e alle immagini mancanti.

Ricomporre il padre attraverso le tracce

Il padre riaffiora attraverso materiali eterogenei: ritagli di stampa, fotografie, rotocalchi che insistono sul legame con la principessa Soraya, conversazioni familiari con lo zio Vittorio e con la sorella Francesca, film rimasti, immagini pubbliche e ricordi privati. Da quelle testimonianze emerge una figura plurale: l’uomo brillante, il regista colto, il siciliano cosmopolita, l’amante discusso, il fratello, il compagno, il fantasma familiare.

Anche il cinema di Franco Indovina irrompe nel documentario. In Tre nel mille, ultima opera del regista, alcune immagini sembrano retroagire sul suo destino con una forza oscura. Anche il frammento di Lo scatenato, in cui Vittorio Gassman si misura con il toro, introduce nel documentario una nota incongrua, quasi farsesca, capace di ricordare quanto la memoria proceda spesso per urti, scarti, associazioni imprevedibili.

Il punto più intimo arriva quando Lorenza interviene su una fotografia e modifica materialmente la distanza che la separa dal padre. Il gesto ha la semplicità ostinata dei riti privati: tagliare, accostare, ricomporre, forzare con le mani una vicinanza che la vita ha interrotto. Il ritaglio diventa luogo di riparazione provvisoria, spazio in cui una figlia può rimettersi accanto al padre senza trasformare il desiderio in menzogna.

Una verità affettiva oltre quella giudiziaria

La verità evocata dal titolo prende forma nella consapevolezza che una certezza assoluta resta forse irraggiungibile, mentre una figura più umile, più intima, più fedele al bisogno d’amore, può nascere dal lavoro paziente sulle tracce. Il documentario si avvicina idealmente a opere come Elena (2012) di Petra Costa e Stories We Tell (2012) di Sarah Polley, dove l’archivio familiare smette di essere deposito del passato e diventa una materia viva, instabile, chiamata a misurare la distanza tra l’accaduto, il ricordo e la domanda d’amore ancora inscritta nei resti.

Rispetto a quei film, La verità migliore conserva una specificità legata alla compresenza tra lutto privato e tragedia pubblica, tra figlia e comunità dei sopravvissuti, tra memoria familiare e ferita nazionale. I familiari delle vittime reclamano giustizia, chiarezza, riconoscimento. A Lorenza occorre anche un volto del padre abbastanza forte da accompagnarla oltre il trauma.

Il film avanza lungo questa duplice esigenza con pudore, evitando l’enfasi del mistero e la retorica della rivelazione. Le ipotesi restano aperte, le carte continuano a pesare, la montagna conserva il suo enigma. Intanto una figlia impara a guardare il padre attraverso le testimonianze, i ricordi altrui, le tracce che il cinema riesce ancora a restituire.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, La verità migliore appare come un’indagine apparente che trova il proprio centro nel progressivo abbandono della pura ricerca probatoria. Prende avvio da un disastro aereo e arriva a misurarsi con la sostanza stessa della memoria: il ricordo che sopravvive, l’eredità che ci attraversa, l’immaginazione chiamata a colmare le lacune dell’amore.

Montagna Longa, da luogo della fine, si trasforma in spazio di ascolto, quasi in un altare laico dove la perdita trova una forma provvisoria. Il toro che ricompare verso la fine, lontano dalla violenza grottesca della sequenza di Lo scatenato, acquista un valore nuovo: la forza animale si scioglie in docilità, la minaccia diventa contatto. Quel gesto minuscolo, insieme tenero e perturbante, contiene forse il movimento più profondo del film: il trauma resta, cambia postura davanti allo sguardo, si lascia avvicinare conservando intatto il dolore.

Con la fotografia di Clarissa Cappellani e il montaggio di Irene Vecchio, il documentario prodotto da Dugong e Rai Cinema trova una luce più mite, più umana. Da quel chiarore affiora una presenza: il padre ricomposto nel buio, la figlia accanto a lui, il cinema come gesto estremo di memoria, custodia e amore.

FILM
4/5

Scheda tecnica

  • Genere: documentario drammatico
  • Nazione: Italia
  • Uscita: 15/04/2026
  • Durata: 85 min
  • Piattaforma / Distribuzione: Rai Cinema
  • Produzione / Network: Dugong Films, Rai Cinema
  • Regia: Lorenza Indovina
  • Sceneggiatura: Lorenza Indovina e Cristiano Barbarossa
  • Basato su: disastro aereo di Montagna Longa del volo Alitalia 112
  • Fotografia: Clarissa Cappellani
  • Montaggio: Irene Vecchio
  • Musiche: Mirko Cangiamila, Danilo Romancino, Alessio Costantino

Cast principale

  • Lorenza Indovina – sé stessa
  • Franco Indovina – compare attraverso filmati d'archivio
  • Parenti delle vittime – gruppi di familiari delle altre 114 vittime

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