L’impresa di Fiume del 1919-1920 diventa, nel film di Arnaldo Catinari “Alla festa della rivoluzione”, qualcosa di diverso da una ricostruzione storica tradizionale. Il regista, forte di una lunga carriera come direttore della fotografia, sceglie di rileggere quel laboratorio politico e culturale guidato da Gabriele D’Annunzio attraverso le lenti della spy story e del thriller sentimentale, costruendo un intreccio dove la Storia si trasforma in palcoscenico per dinamiche di genere.
Al centro del racconto si muove Beatrice, agente russa sotto copertura, coinvolta in un triangolo emotivo con il medico disertore anarchico Giulio e il funzionario dei servizi segreti Pietro. Un attentato alla vita del Vate innesca una serie di doppi giochi e conflitti personali che si intrecciano con le tensioni internazionali dell’epoca. La Fiume dannunziana, laboratorio di utopia libertaria, viene restituita come uno spazio febbrile, quasi teatrale, dove l’estetica conta quanto la politica.
L’operazione di Catinari presenta una contraddizione programmatica: da un lato vuole confrontarsi con uno dei nodi più scivolosi del Novecento italiano, dall’altro sceglie deliberatamente di eluderne la complessità storica per favorire una riconfigurazione spettacolare, consumabile secondo i codici della serialità contemporanea. Il film guarda meno alla tradizione del cinema storico nazionale e più a un immaginario transnazionale, dove il feuilleton si sovrappone al racconto d’epoca senza necessariamente problematizzarlo.

La grammatica visiva costituisce probabilmente l’elemento più compiuto dell’opera. Catinari costruisce un impianto che rielabora suggestioni liberty e decadenti, utilizzando cromatismi caldi e una luce che sublima costantemente la materia storica in uno stato di rappresentazione perpetua. Fiume diventa spazio irreale, palcoscenico performativo che riflette la vocazione spettacolare dannunziana più che la sua sostanza politica. In questa dimensione estetizzante si coglie un tentativo di aderire allo spirito del Vate, alla sua natura teatrale e simbolica.
Tuttavia, l’ibridazione linguistica tra generi diversi genera più accumulo disomogeneo che tensione fertile. I registri si giustappongono senza davvero dialogare: il melodramma si alterna al thriller politico, l’azione interviene come elemento episodico più che come motore drammaturgico, i dialoghi risultano sovraccarichi di intenzionalità. La progressione narrativa procede per necessità meccaniche del genere piuttosto che per sviluppo organico dei personaggi. I colpi di scena appaiono funzionali alle convenzioni del thriller più che esiti naturali del percorso dei protagonisti.
Emerge un’intuizione di fondo interessante: far emergere la violenza latente dell’utopia attraverso la torsione dei codici del racconto popolare, suggerendo la continuità tra quell’esperienza e i futuri dispositivi autoritari. Ma il passaggio dalla suggestione alla sua articolazione formale rivela le fragilità strutturali dell’opera. Il film oscilla continuamente tra la volontà di interrogare criticamente un momento fondativo della storia italiana e quella di utilizzarlo come semplice sfondo narrativo, senza mai scegliere definitivamente una direzione.

Il cast vede Valentina Romani nel ruolo di Beatrice, affiancata da Nicolas Maupas e Riccardo Scamarcio, con Daniele Paoloni e Darko Perić. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Catinari insieme a Silvio Muccino, tenta di tenere insieme le diverse anime del progetto nei suoi 99 minuti di durata. La produzione è di IIF Italian International Film e Rai Cinema, con distribuzione 01 Distribution.
Resta in filigrana un’idea non del tutto sviluppata ma persistente: che l’impresa di Fiume, più che evento storico concreto, sia stata un dispositivo simbolico destinato a generare immagini, miti e narrazioni. “Alla festa della rivoluzione” prova a inserirsi in questa genealogia di rappresentazioni, ma nel farlo riflette soprattutto l’ambiguità di quell’esperienza senza riuscire a trasformarla in forma cinematografica compiuta.
L’operazione di “piattaformizzazione” del passato – la sua riscrittura secondo modelli narrativi contemporanei – rimane a metà strada, incapace di farsi davvero riflessione sul presente o puro intrattenimento riuscito. Ne risulta un oggetto irrequieto, attraversato da intuizioni interessanti e discontinuità evidenti, che trova nella propria irrisolta tensione il tratto più riconoscibile ma anche il limite che ne impedisce la piena riuscita.
Scheda tecnica
Cast principale
- Valentina Romani – Beatrice
- Nicolas Maupas – Giulio
- Maurizio Lombardi – Gabriele D'Annunzio
- Riccardo Scamarcio – Pietro
- Darko Peric – Dimitri Pavlov












