Home FilmPupi Avati racconta il rinnamoramento al tramonto: cosa significa davvero “Nel tepore del ballo”

Pupi Avati racconta il rinnamoramento al tramonto: cosa significa davvero “Nel tepore del ballo”

Pupi Avati firma un dramma intimista con Massimo Ghini nei panni di un conduttore travolto dallo scandalo che ritrova il primo amore: un film sulla caduta, la memoria e il coraggio di ricominciare.

by Mauro Terrone

Pupi Avati torna a fare quello che sa fare meglio: raccontare l’intimità fragile degli esseri umani nel momento in cui la vita li costringe a fare i conti con se stessi. Nel tepore del ballo non è un film sul successo o sulla rovina pubblica, anche se parte da lì. È un film sul rinnamoramento, su quella strana alchimia che può accadere quando l’autostima costruita in decenni di carriera si sgretola e ciò che resta è solo la verità nuda delle proprie scelte.

Gianni Riccio è un nome che conta, un volto noto della televisione italiana. Quando uno scandalo finanziario lo travolge proprio nel momento di massima visibilità, la caduta è tanto verticale quanto spettacolare. Ma il vero dramma non è la gogna mediatica: è il confronto con un passato che aveva accuratamente archiviato. Tra Roma e Jesolo, Avati costruisce un percorso emotivo che scava nella perdita precoce dei genitori, nel primo grande amore sacrificato sull’altare dell’ambizione e nella domanda che accompagna ogni vita vissuta a metà: cosa sarebbe successo se avessi scelto diversamente?

Massimo Ghini e la fragilità dell’uomo pubblico

Massimo Ghini porta in scena un personaggio che vive di apparenze fino a quando queste non crollano. Riccio non è un eroe, né un antieroe: è un uomo che ha sempre creduto di fare le scelte giuste, che ha costruito una carriera solida pensando che quello fosse il metro dell’autostima. Ghini gli dà corpo con una sottrazione continua, togliendo la maschera del professionista televisivo per far emergere la vulnerabilità di chi non sa più chi è senza il pubblico che lo guarda. Non urla, non si dispera: si svuota. E in quel vuoto inizia a riaffiorare tutto ciò che aveva sepolto.

Accanto a lui, Isabella Ferrari interpreta Clara, probabilmente il primo grande amore rimasto incompiuto. Ferrari ha sempre avuto una capacità rara di comunicare con lo sguardo ciò che le parole non possono dire, e qui quella qualità diventa centrale. Clara non è la donna che salva l’uomo in crisi: è il fantasma di una vita possibile, la traccia di un bivio preso decenni prima e mai dimenticato del tutto. L’incontro tra i due non ha nulla di consolatorio: è doloroso, necessario, reale.

Giuliana De Sio, Lina Sastri, Sebastiano Somma compongono un mosaico di figure che rappresentano altrettanti frammenti del passato di Riccio. La “Morta” di De Sio (un soprannome che già da solo racconta un universo) e la zia di Sastri sono presenze che ancorano il protagonista a una dimensione umana che lui aveva creduto di poter superare. Morè, l’amico di sempre interpretato da Somma, è invece il testimone silenzioso di tutte le scelte sbagliate, colui che è rimasto fedele a se stesso mentre Riccio correva verso altro.

La scrittura di Avati: tra intimismo e nostalgia

La sceneggiatura firmata da Tommaso e Pupi Avati costruisce un equilibrio delicato tra il dramma pubblico e quello privato. La caduta di Riccio non viene mai raccontata in modo spettacolare: lo scandalo è solo il pretesto narrativo per innescare un viaggio a ritroso nella memoria. Quello che interessa ad Avati non è il fatto di cronaca, ma il modo in cui quel fatto riapre porte che sembravano chiuse per sempre.

I dialoghi non spiegano, evocano. Non c’è bisogno di lunghe confessioni: bastano sguardi, pause, frasi non finite. La struttura narrativa alterna il presente romano, dove Riccio si confronta con le conseguenze dello scandalo, e il ritorno a Jesolo, luogo dell’infanzia e del primo amore. Questo doppio binario permette al film di respirare, di non soffocare il protagonista sotto il peso della sua colpa pubblica ma di restituirgli la dimensione più profonda del fallimento: quello nei confronti di se stesso.

La fotografia di Cesare Bastelli sottolinea questa dualità: Roma è fredda, luminosa, ostile; Jesolo è sospesa in una luce più morbida, quasi onirica, dove il tempo sembra essersi fermato. Non è nostalgia decorativa: è la rappresentazione visiva di due vite che non si sono mai ricongiunte.

Il rinnamoramento come resistenza al tempo

Avati lo dice chiaramente nelle note di regia: questo è un film sul rinnamoramento, su quel “misterioso sentimento che nel tramonto della propria esistenza compenetra di sé ogni individuo”. Non si tratta di una seconda possibilità romantica, ma di qualcosa di più sottile e potente: la riscoperta della capacità di provare qualcosa di autentico, di rimettere in discussione la narrazione che ci siamo costruiti addosso.

Riccio ha passato una vita a inseguire una versione di sé che il pubblico potesse applaudire. Quando quella versione crolla, ciò che resta è un uomo che non ha mai smesso di amare qualcuno, che non ha mai superato una perdita, che non ha mai elaborato davvero il lutto dei genitori. Il rinnamoramento non è quindi un gesto sentimentale: è un atto di coraggio, la possibilità di accettare che l’autostima non coincide con il successo e che la vita può ricominciare anche quando tutto sembra finito.

Questo tema dialoga con il presente in modo sorprendentemente attuale. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine pubblica conta più della sostanza, in cui il crollo di una reputazione può avvenire in poche ore e in cui la possibilità di rinascita viene spesso negata. Avati non offre soluzioni facili, ma pone una domanda potente: siamo ancora capaci di guardarci allo specchio senza il filtro del giudizio altrui?

Un ritorno necessario

Nel tepore del ballo segna il ritorno di Pupi Avati al cinema che gli appartiene, lontano dalle incursioni in altri generi. È un film che non ha fretta, che si prende il tempo per osservare i suoi personaggi senza giudicarli. Non c’è spettacolarizzazione del dolore, non c’è retorica della redenzione. C’è solo un uomo che cade e che, cadendo, riscopre cosa significa essere vivo.

La presenza di Raoul Bova, Bruno Vespa e Jerry Calà nei ruoli di se stessi aggiunge un ulteriore livello di riflessione: il mondo dello spettacolo guarda se stesso, si riconosce, si interroga. Non è un espediente meta-cinematografico fine a se stesso, ma un modo per ancorare la fiction a una dimensione riconoscibile, quasi documentaristica.

Il film sarà nelle sale dal 30 aprile, distribuito da 01 Distribution, dopo l’anteprima al BIF&ST. Quello che lascia è una domanda semplice ma radicale: quanto siamo disposti a perdere per ritrovare noi stessi? E soprattutto: siamo ancora capaci di innamorarci di nuovo, non di qualcuno, ma della possibilità stessa di ricominciare?

Avati ci dice che forse sì, che anche nel tramonto c’è un tepore. E che quel tepore, a volte, basta per ballare ancora.

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