Apex arriva su Netflix portando con sé una promessa duplice: l’adrenalina di un thriller psicologico con Charlize Theron nei panni di una donna in fuga da un killer, e un viaggio visivo attraverso alcuni dei paesaggi più isolati e affascinanti dell’Australia. Il film, diretto dal regista islandese Baltasar Kormákur, nasce da una sceneggiatura di Jeremy Robbins ambientata originariamente negli Stati Uniti, ma si trasforma durante la pre-produzione in qualcosa di più complesso e globale.
La storia segue Sasha, interpretata da Theron, una donna che cerca di elaborare il lutto dopo la perdita del compagno Tommy, interpretato da Eric Bana, in un incidente di arrampicata. La tragedia si consuma sulle pareti della Troll Wall in Norvegia, una delle location utilizzate per dare al film un respiro internazionale. È proprio questo nomadismo degli scalatori estremi, sempre in movimento tra continenti e vette, che Kormákur vuole rappresentare: persone per cui non esistono confini geografici, solo nuove sfide verticali.
Sasha decide di affrontare il suo dolore immergendosi nella natura selvaggia australiana, un territorio che non conosce e che amplifica la sua vulnerabilità emotiva. Qui incontra Ben, interpretato da Taron Egerton, un apparente compagno di avventure che si rivela però essere un cacciatore umano armato di balestra, in una dinamica che richiama classici come “The Most Dangerous Game”.
Kormákur, scalatore lui stesso in passato, aveva inizialmente considerato location americane come Yosemite, ma le ha scartate ritenendole “forse un po’ troppo utilizzate” dal cinema. La scelta dell’Australia è stata dettata da ragioni pratiche e creative: le riprese dovevano svolgersi durante i mesi invernali dell’emisfero nord, rendendo necessaria una location nell’emisfero sud. Ma è stata soprattutto l’unicità della natura australiana ad attrarre il regista, insieme alla possibilità di rendere Sasha ancora più isolata, una straniera in una terra che non le appartiene.

Il risultato è un film che funziona anche come involontario documentario turistico. Kormákur ha già sperimentato questo effetto collaterale con Everest del 2015: nonostante il film raccontasse il disastro alpinistico del 1996 con decine di morti, l’interesse per la montagna sacra è aumentato l’anno successivo all’uscita. Il regista stesso ammette con un pizzico di incredulità che, nonostante tutte quelle morti sullo schermo, ha finito per alimentare il desiderio di viaggiare verso quei luoghi estremi.
Apex mostra fiumi remoti, cascate, canyon e caverne accessibili solo a piedi o nuotando. Una caverna in particolare, utilizzata per una scena chiave in cui Ben mette alle strette Sasha, era raggiungibile esclusivamente via acqua. La produzione ha limitato la troupe a 40 persone, ha fatto arrivare alcune attrezzature in elicottero e ha chiesto a tutti, cast incluso, di nuotare per raggiungere il set.
Charlize Theron ha eseguito personalmente molte delle sue acrobazie, incluso il salto da una cascata ripreso in campo largo e gran parte delle sequenze in rafting. Kormákur conferma che quasi tutte le scene di arrampicata mostrano effettivamente l’attrice. Il regista, che in passato si metteva alla prova insieme ai suoi attori, ammette di non essere più “quel tipo di persona”, anche se aggiunge che Theron non gli ha mai chiesto di farlo.
Il processo creativo ha visto una progressiva sottrazione di elementi narrativi. Kormákur e Theron hanno concordato di eliminare dettagli sul passato professionale di Sasha, che nella sceneggiatura originale aveva un lavoro definito. La volontà era mantenere il focus sul presente, sul movimento in avanti, sull’esperienza fisica ed emotiva del personaggio. Non importava se Sasha fosse un’avvocata o una dottoressa: ciò che contava era come avrebbe reagito alla situazione estrema.

Questa scelta di essenzialità ha reso Apex un film più intimo ma anche più universale, una parabola sulla necessità di attraversare luoghi oscuri, sia geografici che interiori, per elaborare sensi di colpa e traumi. Kormákur vede nel viaggio di Sasha una metafora del purgatorio, un percorso punitivo che la protagonista deve compiere per perdonarsi.
Il film alterna la claustrofobia delle caverne alla vastità dei panorami australiani, i toni freddi della Norvegia al calore abbagliante dell’outback. È un contrasto che riflette la vita degli scalatori e degli esploratori contemporanei, nomadi globali che passano dalla Germania al Pakistan, dall’Europa all’Oceania, alla ricerca dell’esperienza più estrema.
Per chi guarda, però, Apex offre soprattutto uno sguardo privilegiato su luoghi che la maggior parte delle persone non visiterà mai, o almeno non nel modo in cui li attraversa Sasha. Le riprese hanno richiesto un impegno fisico totale dalla troupe, ma hanno restituito immagini di una bellezza selvaggia che difficilmente si dimentica.
Kormákur non cerca deliberatamente di fare film che invoglino al turismo, né storie di uomo contro natura. Riceve molte sceneggiature di questo tipo e la maggior parte le rifiuta. Ma ogni tanto una storia lo colpisce per qualcosa che va oltre la superficie, per una metafora che lo spinge ad accettare. Apex è stata una di quelle occasioni, un’opportunità per esplorare i luoghi più profondi, sia fisici che psicologici.
Che questo poi convinca qualcuno a prenotare un viaggio in Australia, con o senza la minaccia di un killer seriale, è solo un effetto collaterale. Ma se la storia del cinema insegna qualcosa, è che le immagini hanno il potere di farci desiderare luoghi lontani, anche quando sullo schermo accadono tragedie.
Scheda tecnica
Cast principale
- Charlize Theron – Sasha
- Taron Egerton – Ben
- Eric Bana – Tommy
- Matt Whelan – Hunter
- Bessie Holland – Cashier












