Home FilmRecensione: “The Long Walk”: quando camminare significa andare incontro alla morte.

Recensione: “The Long Walk”: quando camminare significa andare incontro alla morte.

Dopo l’uscita delle sale americane nel settembre 2025, a distanza di qualche mese, arriva anche in Italia il lungometraggio tratto dall’omonimo romanzo di King.

by Valerio Cicalini

Cosa succede quando ci rendiamo conto che il premio per cui ci siamo offerti volontari di lottare fino all’ultimo passo non vale assolutamente il prezzo pagato? Questo è ciò che vuole raccontarci il thriller distopico diretto da Francis Lawrence, un regista che sulla carta sembra essere l’uomo perfetto per dare vita al progetto. Ha infatti diretto quattro capitoli della saga di “Hunger Games” e ha sicuramente un’estrema familiarità nel maneggiare storie con protagonisti adolescenti che partecipano ad una competizione mortale e crudele in cui solo una persona può sopravvivere e uscirne vincitrice.

Come elemento di contatto tra i due prodotti c’è sicuramente anche il contesto politico, ovvero un regime totalitario di stampo militare che limita la libertà dei cittadini anche attraverso la forte depressione economica provocata da un grande conflitto combattuto in passato. Nella trasposizione cinematografica di King uscita nelle sale italiane il 23 aprile, il governo ha istituito la lunga marcia, una competizione annuale in cui cinquanta ragazzi adolescenti, uno per ogni stato, vengono estratti da una lotteria in cui ci si candida volontariamente per affrontare una camminata che si estende potenzialmente per centinaia di chilometri e nella quale chi si ferma viene giustiziato a sangue freddo. La competizione viene trasmessa in diretta con l’ausilio di numerose telecamere che seguono i partecipanti per tutta la gara e alla fine il vincitore, l’unico sopravvissuto, potrà esaudire qualsiasi desiderio voglia.

Il film gioca con diverse inquadrature panoramiche e delle immagini molto pulite ma fredde, che accentuano la desolazione del paesaggio circostante anche grazie alla strada che sembra non finire mai e alle abitazioni isolate. Il nulla visivo riflette la natura distopica del regime che impone la marcia, e il ritmo insistente dei passi unito al rumore secco delle fucilazioni, rende l’atmosfera ancora più oppressiva dal punto di vista psicologico.Quello che solo in apparenza viene venduto come uno strumento per rafforzare l’etica del lavoro e diffondere speranza e ispirazione in tempi particolarmente difficili, è in realtà solo una forma di manipolazione per sottomettere ulteriormente i cittadini attraverso il terrore e ricordare l’autorità incontestabile del potere centrale. Il fatto che il massacro venga spettacolarizzato attraverso l’utilizzo dei media e che sia estremamente seguito in tutta la nazione, rende la lunga marcia un’arma di distrazione di massa a tutti gli effetti.

La brutalità della competizione distoglie infatti le persone da quelli che sono i problemi reali e le spinge involontariamente a scambiare una carneficina per una forma d’intrattenimento, con tanto di scommesse legali sui partecipanti del gioco. Il film stesso gioca con la drammatizzazione della pornografia del dolore, ovvero con la messa in scena di situazioni di profonda sofferenza fisica e psicologica che portano i personaggi al limite della sopportazione, se non oltre. Questo particolare meccanismo aiuta inconsciamente lo spettatore ad esorcizzare la paura comune e primordiale della morte violenta, un tipo di decesso che ipoteticamente un giorno potrebbe affrontare. Tuttavia serve anche per sublimare in qualcosa di innocente come un lungometraggio, i suoi istinti violenti quali il sadismo e la crudeltà.

In sostanza lo spettatore si diverte con innocenza e senza alcun tipo di giudizio a guardare quale personaggio avrà la meglio sugli altri, su chi scommettere o in quale partecipante identificarsi al fine di mettersi alla prova in sicurezza attraverso la narrazione. Tramite i dialoghi dei ragazzi si dipanano non solo il contesto politico ma anche e soprattutto le loro storie e i loro legami. Il cuore del film è rappresentato sicuramente dall’amicizia che si viene a creare durante la marcia tra il comprimario Pete (David Jonsson) e il protagonista Ray (Cooper Hoffman). Quest’ultimo non è mosso dal bisogno di uscire da una situazione economica opprimente, come la maggior parte dei ragazzi che camminano affianco a lui, ma da un fortissimo sentimento di vendetta. Spera infatti di poter vincere per poter chiedere immediatamente una carabina e sparare al maggiore (Mark Hamill) che gestisce l’organizzazione della marcia tramite le sue squadre di soldati, e che in passato ha giustiziato il padre William con l’accusa di aver posseduto e diffuso materiale contrario al regime.

Pete, che non ha più una famiglia da cui tornare e che vive quotidianamente una condizione di povertà asfissiante, cerca di dissuadere Ray dal tormento che ha dentro e gli consiglia, qualora dovesse vincere, di godersi il premio insieme a sua mamma per il resto della vita e di non sporcarsi le mani di sangue. Nel finale Ray viene giustiziato davanti all’amico incredulo che essendo l’ultimo rimasto, viene proclamato vincitore. A causa dello shock ricevuto, Pete decide di portare avanti l’eredità di William e del compagno appena morto e, dopo aver ucciso il maggiore, si volta verso la strada continuando a camminare. Nel gesto di Pete si può individuare un doppio significato. Il primo è quello di voler vendicare tutti i caduti durante il percorso attraverso un atto di rivolta verso il personaggio che più di tutti rappresenta la tirannia del sistema totalitario.

Dall’altra parte però ci viene anche mostrato quanto il potere corrosivo della violenza abbia infettato un ragazzo così sensibile e positivo, il cui obiettivo iniziale fosse quello di usufruire del premio per aiutare i bambini che hanno attraversato le sue stesse difficoltà. Nell’epilogo Pete continua a camminare traumatizzato e allucinato sotto la pioggia perché la vittoria che ha conquistato e la marcia a cui è sopravvissuto lo consumeranno per sempre. Con quest’allegoria potente si conclude la pellicola che riesce a trasmettere allo spettatore la violenza e la tragicità della marcia sanguinaria. Uno dei significati impliciti più interessanti risiede anche nella sconfitta della mascolinità autoritaria e performativa. I partecipanti della marcia sono tutti ragazzi adolescenti e vengono incoraggiati dal maggiore a comportarsi “da uomini” in un periodo difficile come quello del dopoguerra.

In un contesto sadico e competitivo che li vorrebbe uno contro l’altro e che sembra non lasciare spazio alle fragilità, i ragazzi approfittano della camminata per condividere tra loro sogni, paure e sentimenti, stringendo un legame che va oltre la spettacolarità del meccanismo in cui sono intrappolati e che porterà nel finale alla sconfitta metaforica del sistema. Nonostante il tragico epilogo, “The Long Walk” ci incoraggia quindi a rimanere uniti e soprattutto a condividere i propri stati d’animo con il prossimo, nella speranza di fronteggiare le oppressioni dei governi autoritari senza che la violenza subita ci consumi dall’interno.

FILM
4/5

Scheda tecnica

  • Genere: fantascienza, horror
  • Nazione: U.S.A.
  • Uscita: 23/04/2026
  • Durata: 108 min
  • Piattaforma / Distribuzione: Adler Entertainment
  • Produzione / Network: Vertigo Entertainment
  • Regia: Francis Lawrence
  • Sceneggiatura: JT Mollner
  • Fotografia: Jo Willems
  • Montaggio: Mark Yoshikawa, Peggy Eghbalian
  • Musiche: Jeremiah Fraites

Cast principale

  • Cooper Hoffman – Raymond Garraty
  • David Jonsson – Peter McVries
  • Mark Hamill – il maggiore
  • Garrett Wareing – Stebbins
  • Charlie Plummer – Gary Barkovitch

Related Articles