Il 23 aprile 2026 porta al cinema una fotografia sorprendentemente ampia di cosa significhi “uscita in sala” oggi: grande pubblico e circuito cinefilo si incrociano, con un biopic destinato ad attirare l’attenzione generalista e, accanto, titoli che lavorano su linguaggi, politica, identità, memoria e fantascienza.
Al centro della conversazione pop si piazza Michael, diretto da Antoine Fuqua. Il film mette in scena la vita e l’eredità di Michael Jackson, con un racconto che parte dall’infanzia e arriva al successo della seconda metà degli anni Ottanta, seguendo la traiettoria che lo porta da leader dei Jackson Five a performer e artista dalla forte ambizione creativa. L’impostazione viene presentata come canonica e diligente, pensata per parlare prima di tutto ai fan.
Sulla sponda opposta, per chi cerca un’esperienza che ragioni sul cinema attraverso il cinema, spicca Resurrection di Bi Gan. Terzo lungometraggio del regista, è costruito come un attraversamento del Novecento che mette in parallelo la storia della Cina e quella della settima arte, con un impianto dichiaratamente ambizioso e una durata ampia. La cornice narrativa immagina un tempo imprecisato in cui l’umanità può vivere per sempre rinunciando ai sogni; chi continua a sognare, i cosiddetti “fantasmers”, finisce per consumarsi ma guadagna la possibilità di viaggiare nel tempo, guidato dai “Grandi Altri”. Dentro questo dispositivo, il film intreccia bellezza visiva e passaggi volutamente più criptici, soprattutto per chi non ha familiarità con storia cinese e cinema.
Sul fronte dell’adattamento letterario arriva The Long Walk di Francis Lawrence, ispirato al romanzo firmato da Stephen King con lo pseudonimo Richard Bachman. L’ambientazione è quella di un futuro alternativo: gli Stati Uniti sono una dittatura autoritaria in depressione economica e la “lunga marcia” annuale diventa l’unica occasione di guadagno per molti. La regola è brutale, una sola: camminare per 300 miglia senza fermarsi; chi rallenta o si ferma viene ucciso sul posto, finché non ne resta uno soltanto. Tra i cento partecipanti c’è Ray, legato a una vicenda personale che chiama in causa il Maggiore, organizzatore dell’evento. Il film viene descritto come poco fedele alla trama ma interessato a intercettarne coordinate espressive, con alcune semplificazioni.
Per chi vuole una storia di formazione e identità, La più piccola segna il terzo film da regista di Hafsia Herzi. La protagonista Fatima cresce nelle banlieue parigine in una famiglia musulmana di origine algerina; ama il calcio e le donne, senza riuscire a far combaciare appartenenze, fede e desideri. Il percorso passa tanto dalla danza sul dancefloor quanto dal confronto con un Imam, nel tentativo di attraversare contraddizioni e presa di coscienza.
Diverso, più direttamente legato a dinamiche di potere, Le aquile della Repubblica di Tarik Saleh racconta un attore egiziano, George El-Nabawi, a cui viene chiesto con modalità ricattatorie di interpretare il presidente Abdel Fatah al-Sisi in un film di propaganda. Il ricatto coinvolge la sicurezza del figlio e l’accettazione del ruolo apre una spirale che non promette soluzioni facili.
Sul terreno del dramma familiare e istituzionale si muove Love me tender di Anna Cazenave Cambet, tratto dalla prosa confessionale di Constance Debré. Clémence, separata dal marito Laurent, prova a gestire una custodia condivisa che all’inizio sembra serena; nel frattempo ha lasciato il lavoro da avvocata e si dedica alla scrittura, al nuoto e alla scoperta di relazioni con donne. Proprio questo elemento inasprisce il rapporto, fino a trasformare la vicenda in un’odissea giudiziaria che restringe l’accesso al figlio, consentito solo sotto stretta supervisione.
Nella stessa settimana trova spazio anche il documentario Avevo due paure di Theo Putzu e Paolo Cagnacci, in uscita nell’ottantunesima ricorrenza della Resistenza. Il film attraversa luoghi e testimonianze come fossero una “scatola nera” della memoria, con primi piani su volti e dettagli che riportano in primo piano il desiderio di trasmettere valori di libertà alle nuove generazioni.
Per una visione più apertamente rivolta all’infanzia e all’avventura, Il figlio del deserto di Gilles de Maistre riprende la storia leggendaria di Hadara, bambina nomade persa a due anni in una tempesta di sabbia e poi salvata e cresciuta da una coppia di struzzi. La cornice del racconto passa attraverso Sun, quattordicenne autrice di un libro ispirato alle storie del nonno; l’invito a visitare il Sahara accende la possibilità che Hadara non sia soltanto una favola. Il film sottolinea paesaggi e riprese di animali dal vero, senza ricorrere alla CGI.
Chi preferisce una commedia dal taglio civile e processuale può orientarsi su Un cane a processo, opera prima di Laetitia Dosch. La protagonista Avril, avvocata che si occupa di “cause perse”, decide di difendere Cosmos, un cane accusato di aver morso alcune donne da cui si sentiva minacciato. La storia, ispirata a un fatto realmente accaduto, mescola divertimento e riflessione su più piani, includendo il rapporto di potere tra esseri umani e specie animali, oltre a un discorso che tocca anche la parità uomo-donna.
Il calendario include inoltre un ritorno in sala: Un sacco bello di Carlo Verdone, esordio alla regia costruito in tre segmenti e ambientato nella notte tra il 14 e il 15 agosto a Roma, con intrecci che seguono un bulletto in partenza per la Polonia, un capellone legato ai Bambini di Dio trascinato in un consiglio di famiglia e un timido mammone che incrocia una donna spagnola. L’appuntamento indicato è per lunedì 27.
Spazio anche alla riscoperta della filmografia di Sion Sono sul grande schermo italiano, con The Whispering Star, sci-fi del 2015 che usa una consegna postale nello spazio per aprire una riflessione legata alla tragedia di Fukushima: una nave a forma di bungalow giapponese attraversa la galassia e un robot umanoide, Yoko, distribuisce pacchi a esseri umani su pianeti diversi, interrogandosi su cosa contengano davvero. In uscita anche Suicide Club, thriller in cui un’ondata di suicidi colpisce Tokyo dopo un gesto collettivo iniziale; l’indagine del detective Kuroda viene deviata da una telefonata criptica e da un sito web che sembra “anticipare” gli eventi, sollevando interrogativi sulla natura stessa dei suicidi.
Infine, la settimana segnala anche l’uscita di Lovita (2026) di Vito Vinci.
Nel complesso, il 23 aprile 2026 disegna una line-up che tiene insieme l’icona pop (Michael), la distopia estrema (The Long Walk), la sperimentazione visionaria (Resurrection), il coming-of-age identitario (La più piccola), lo scontro tra arte e propaganda (Le aquile della Repubblica), la maternità come terreno di conflitto (Love me tender), la memoria della Resistenza (Avevo due paure), il racconto per ragazzi e paesaggi reali (Il figlio del deserto), una commedia giudiziaria con un cane al centro (Un cane a processo) e due titoli chiave di Sion Sono riportati in sala.












