L’ambientazione è il Cile del 1982, in una città mineraria polverosa nel cuore dell’Atacama. Al centro del racconto si muove Lidia, undici anni, cresciuta in una casa di artisti queer che si esibiscono in una “cantina” per i minatori. La sua è un’infanzia dentro una comunità, più che dentro una famiglia in senso tradizionale: un nucleo costruito nel tempo, difeso con disciplina e tenerezza, guidato dalla presenza carismatica di Flamingo e dalla forza pragmatica di Mama Boa, matriarca che tiene insieme il fragile rifugio nel deserto. Tamara Cortés, Matías Catalán e Paula Dinamarca guidano il cast di un film che, già dal comunicato di presentazione, si offre come racconto di legami prima ancora che di eventi.
Poi arriva la frattura: una misteriosa malattia, il panico, l’isteria che si organizza come superstizione. La diceria è potente perché è semplice e crudele: il contagio passerebbe attraverso lo sguardo di uomini innamorati. In questa formula, Céspedes condensa un meccanismo che il cinema ha spesso raccontato in modo diretto e che qui viene invece filtrato dal simbolo. L’idea del “contagio” non funziona solo come incidente di trama, ma come dispositivo sociale: un pretesto utile per rendere perseguibile chi è già segnato come diverso, per trasformare il desiderio in imputazione, l’amore in prova a carico.
È a questo punto che Lo sguardo misterioso del fenicottero sembra scegliere con decisione la prospettiva più interessante, e anche più rischiosa: non il punto di vista di chi giudica, ma quello di chi deve restare. Lidia intraprende un viaggio per difendere la sua famiglia, cercando verità e giustizia in un luogo ostile che vorrebbe cancellarli. L’innesco è narrativo, la posta in gioco è politica, ma il motore resta emotivo. Lidia non “spiega” il mondo; lo attraversa. E nel cinema, quando un personaggio così giovane diventa baricentro morale, il racconto tende a misurare ogni gesto degli adulti, ogni regola implicita della comunità, ogni crepa del rifugio.
La scelta dichiarata di fondere elementi western con il realismo magico agisce allora come grammatica, non come etichetta. Il western porta con sé la frontiera, l’assedio, la violenza come linguaggio del potere, la città come presidio e il deserto come spazio in cui le gerarchie si rivelano. Il realismo magico, invece, permette al film di trattare la paura collettiva non soltanto come fatto sociale, ma come racconto che si autoalimenta, come superstizione che diventa norma. In mezzo, la “cantina” e la scena degli spettacoli: luogo di intrattenimento per i minatori e, insieme, laboratorio di identità e protezione reciproca. Un palco che può essere rifugio, ma anche vetrina esposta, a seconda di chi guarda e di cosa decide di vedere.

La descrizione del film insiste su immagini sensuali, ironia tagliente e precisione emotiva: tre coordinate che, se mantenute in equilibrio, possono evitare la doppia trappola tipica di molte storie di marginalizzazione. Da un lato la tentazione di estetizzare il dolore, trasformandolo in atmosfera; dall’altro la tentazione di ridurre i personaggi a funzione esemplare. Qui il rischio viene affrontato mettendo al centro la comunità, non come concetto astratto, ma come casa: fatta di ruoli, di disciplina, di affetto, di compromessi e di piccoli codici quotidiani. La resistenza, in questa cornice, non è solo scontro con l’esterno. È anche il lavoro continuo di tenere insieme una famiglia sui generis mentre intorno cresce l’idea che quel legame sia, di per sé, una colpa.
L’operazione di Céspedes viene presentata come una rilettura della crisi dell’AIDS degli anni Ottanta attraverso mito e metafora, con l’intenzione di riportare al centro vite trans e queer spesso lasciate fuori dalle narrazioni storiche più canoniche. È un terreno delicato, perché il cinema può cadere facilmente nell’allegoria semplificante. Il film, almeno per come si propone, sembra invece interessato a una domanda più inquietante: come una società costruisce “mostri” a partire dal desiderio. La malattia come racconto, prima ancora che come evento; la paura come autorizzazione all’ostracismo; la violenza come conseguenza presentata come “difesa”.
Non stupisce, in questo senso, che il percorso festivaliero abbia dato al titolo una traiettoria forte dopo Cannes 2025, con riconoscimenti e selezioni che lo hanno confermato nel circuito internazionale. Ma la vera notizia, per il pubblico, è un’altra: l’arrivo su MUBI dal 15 maggio 2026, in esclusiva streaming, colloca Lo sguardo misterioso del fenicottero dentro un ecosistema che spesso valorizza il cinema d’autore contemporaneo e le opere prime che costruiscono un linguaggio personale. In altre parole, un film che nasce in un contesto di festival e di premi incontra la possibilità di una seconda vita, più ampia e domestica, dove l’impatto non si misura con gli applausi in sala ma con la durata delle immagini nella memoria.
Il deserto dell’Atacama, con la sua luce e la sua durezza, promette di essere più di uno sfondo. Diventa la materia stessa del conflitto: un luogo che non concede appigli e che, proprio per questo, mette a nudo l’arbitrarietà delle regole sociali. In un racconto che parla di sguardi, il cinema torna a fare ciò che gli riesce meglio: mostrare come si crea una persecuzione quando un’intera comunità decide di chiamare “pericolo” ciò che non vuole nominare “amore”.












