Home HBO MaxPortobello: Fabrizio Gifuni e il racconto del calvario giudiziario di Enzo Tortora

Portobello: Fabrizio Gifuni e il racconto del calvario giudiziario di Enzo Tortora

Portobello porta sullo schermo una delle ferite più esposte della storia italiana recente: il calvario giudiziario di Enzo Tortora, volto simbolo della televisione Rai e della trasmissione che dà il titolo al progetto.

by Redazione

A firmare la serie è Marco Bellocchio, qui alle prese con un racconto in sei puntate che sceglie una strada narrativa precisa: non ridurre tutto alla cronaca, ma far convivere i fatti con una messa in scena che lavora anche sull’immaginario, sul sogno, sulla deformazione percettiva dell’incubo.

Fin dall’avvio, la serie imposta un tono oscillante, in bilico tra realtà e visione. Un passaggio pronunciato nella prima puntata, “aprire le porte all’indicibile”, diventa una dichiarazione di poetica che orienta il percorso: Portobello non si limita a ricostruire, ma cerca una forma capace di restituire la pressione psicologica e simbolica esercitata da un meccanismo giudiziario che, nella rappresentazione, assume i contorni di un labirinto.

Al centro c’è Fabrizio Gifuni nei panni di Tortora. La sua presenza regge la progressione del racconto mentre la serie attraversa ambienti e “codici” del potere, senza mai trasformarsi in una semplice lezione di storia. Bellocchio inserisce nel tessuto narrativo elementi che rimandano al teatro dell’assurdo e a figure della tradizione come Pulcinella, fino a una dimensione che può farsi surreale e, a tratti, vicina a un immaginario circense. Il risultato, per impostazione e atmosfera, si muove sul confine tra racconto carcerario e racconto dell’orrore, con un’idea di paura che nasce soprattutto dall’impersonalità delle procedure, dal sospetto che diventa sistema, dall’inversione dei ruoli tra chi accusa e chi deve difendersi.

Un punto strutturale è la scelta di collocare il processo nelle ultime due puntate. L’aula di tribunale diventa così il luogo in cui il percorso, fin lì preparato e stratificato, si concentra in una macchina scenica che richiama un incubo di impronta kafkiana: domande, pressioni, rituali, linguaggi, posture. In quel contesto agiscono anche Fausto Russo Alesi e Lino Musella; Russo Alesi interpreta un pubblico ministero dal cognome emblematico, Marmo, messo in scena come figura di rigore inflessibile.

Portobello dialoga inoltre con l’universo ricorrente di Bellocchio: famiglia, politica, potere, follia, e una dimensione “religiosamente laica” che attraversa la sua filmografia. Senza bisogno di inseguire l’elenco degli eventi, la serie si colloca idealmente dentro un’Italia segnata da anni bui e da ombre lunghe, che la messa in scena evoca come parte di un clima, più che come cronologia. In questa prospettiva, il caso Tortora non resta un episodio isolato, ma diventa materia per interrogare un immaginario nazionale: la perdita dell’innocenza, la trasformazione della fiducia pubblica, il modo in cui lo spettacolo può sovrapporsi alla realtà e, in certi snodi, diventare esso stesso parte del problema.

Bellocchio costruisce così un’opera liminare: coerente con le sue ossessioni e con un’idea di racconto che accetta l’inquietudine, la dilatazione, la contaminazione tra registri. Portobello procede come un viaggio insieme onirico e terribile, in cui la storia di un uomo e quella di un Paese finiscono per riflettersi l’una nell’altra, senza che la serie rinunci a una precisa vocazione cinematografica dello sguardo.

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