Home Film“Sentimental Value” verso l’Oscar: performance corali e dramma generazionale

“Sentimental Value” verso l’Oscar: performance corali e dramma generazionale

by Redazione

Sentimental Value non si presenta con un’idea “urlata” o un gancio ad alto concetto. Si muove in un territorio più rischioso, perché apparentemente quotidiano: una famiglia spezzata, un lutto, una casa che trattiene i segni del tempo, e un padre che torna quando le figlie non lo stanno più aspettando.

Proprio questa scelta, però, spiega bene perché il film di Joachim Trier abbia le carte per essere ricordato come il titolo più completo e, in un’annata di grandi spettacoli e grandi trovate, come quello più difficile da scrollarsi di dosso.

Al centro ci sono Nora e Agnes, due sorelle che si ritrovano nella casa di famiglia al funerale della madre. Nora è un’attrice norvegese di teatro e TV, non priva di risultati, ma segnata da una forma di panico da palcoscenico che Trier usa anche per far emergere una fragilità concreta, non decorativa. Agnes, invece, è un’accademica ed è stata una child star in uno dei film più celebrati del padre. Il padre è Gustav: regista carismatico ma in declino, assente e alcolista, interpretato da Stellan Skarsgård con una presenza che non chiede permesso, e infatti entra in scena “occupando” emotivamente lo spazio, come spesso accade nei legami che hanno fatto male.

Gustav arriva con una proposta che suona come riconciliazione e insieme come invasione: vorrebbe Nora protagonista del suo probabile ultimo film, costruito su una figura intima e dolorosa, quella della madre di Gustav, legata alla resistenza norvegese e morta suicida quando lui era giovane. Nora rifiuta. A quel punto si apre un secondo fronte narrativo, decisivo: la parte passa a Rachel Kemp, star hollywoodiana interpretata da Elle Fanning, e con lei entra nel progetto anche il finanziamento necessario, legato a Netflix. La macchina del cinema, quindi, non resta sullo sfondo; diventa materia viva, che spinge i personaggi a rinegoziare confini e ferite.

Qui Sentimental Value mostra una delle qualità che lo rendono un candidato ideale per l’Oscar come miglior film: non si limita a raccontare un dramma familiare, ma lo intreccia con un film sul fare film, senza trasformarlo in esercizio metacinematografico fine a se stesso. Gustav non porta soltanto un copione; porta l’idea che il dolore sia “materiale” disponibile. E la storia, invece di offrire risposte facili, tiene aperta una domanda che si insinua scena dopo scena: fino a che punto è lecito trasformare la vita degli altri, soprattutto quella delle persone più vicine, in racconto? Dove finisce l’arte e dove comincia la violazione?

Un altro elemento che lavora in profondità è lo spazio. La casa di famiglia non è solo location, è un organismo narrativo: un townhouse in legno, scuro e bellissimo, che attraversa epoche diverse e sembra restare identico mentre intorno cambiano i corpi, le ideologie, le feste, i silenzi. Il film la mostra come un luogo pieno di calore e di dolore, e arriva persino a farla “parlare” con un dettaglio simbolico ma concreto: una crepa strutturale, dovuta a un errore in fase di costruzione, che richiama fratture più antiche e più intime. Quando, più avanti, alcuni ambienti vengono rinnovati in modo spersonalizzante, la ferita non è solo architettonica: è il segno che anche i posti in cui ci siamo formati possono diventare irriconoscibili.

La candidatura al miglior film, però, vive o muore spesso su una cosa: le interpretazioni. E Sentimental Value è costruito come una vera vetrina attoriale corale, con quattro ruoli principali pieni di curve emotive e contraddizioni. Renate Reinsve dà a Nora un’energia nervosa, a tratti comica, a tratti bloccata, e fa sentire il peso di un talento che convive con l’ansia. Skarsgård rende Gustav insieme seducente e logorato, capace di slanci e di egoismi. Inga Ibsdotter Lilleaas dà ad Agnes una misura che non è freddezza, ma controllo: il tipo di controllo che spesso nasce per sopravvivere in famiglie instabili. Elle Fanning, con Rachel Kemp, introduce un’ulteriore tensione: quella tra industria e intimità, tra sguardo esterno e storia “di casa”, tra linguaggi diversi che devono convivere sullo stesso set e nello stesso lutto.

Dentro questo quadro, Trier lavora con un tono che non appesantisce mai per forza di inerzia. Il film affronta temi carichi, ma lo fa con una mobilità emotiva: la leggerezza arriva quando serve, anche attraverso scene dichiaratamente comiche, senza sgonfiare la posta in gioco. È una forma di maturità narrativa che spesso viene invocata quando si parla di “cinema per adulti”: non nel senso anagrafico, ma nel senso di un racconto che non semplifica i rapporti, non divide i personaggi in colpevoli e innocenti, e non confonde il trauma con l’estetica del trauma.

In più, Sentimental Value porta al centro un discorso contemporaneo senza diventare pamphlet: l’industria audiovisiva, i finanziamenti, l’attrazione gravitazionale delle piattaforme, e una certa paura del “profondo” quando il mercato chiede principalmente superficie. Il film inserisce anche battute e frecciate sul sistema, ma non si accontenta del cinismo. Resta interessato all’umano: al modo in cui una produzione, un casting, una scelta di troupe o di budget possono diventare detonatori emotivi in una famiglia già instabile.

Il punto, allora, non è sostenere che sia “più importante” dei film più spettacolari o più vistosi. Il punto è un altro: Sentimental Value dimostra che l’ambizione non coincide con i fuochi d’artificio. L’ambizione può essere scavare per decenni dentro una famiglia, far convivere generazioni diverse nello stesso spazio, e mostrare come l’arte possa curare, ma anche ferire. Se l’Oscar per il miglior film cerca un titolo capace di unire visione, scrittura, regia e interpretazioni in un unico corpo, Sentimental Value è esattamente quel tipo di candidato: ampio senza essere dispersivo, emotivo senza essere ricattatorio, e abbastanza lucido da lasciare lo spettatore con domande che non passano insieme ai titoli di coda.

Related Articles